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09/11/11

IL QUADRO CLINICO


Questa cosa non può passare inosservata. Mi tocca organizzare un documento di programmazione disciplinare delle varie classi in cui lavoro. Il liceo che mi ospita quest’anno (visto che pur essendo un docente di ruolo sono anche un docente turista, cioè uno che ogni anno cambia scuola: un precario ordinario) ha fatto preparare un prestampato, bontà loro, nel quale vanno declinate le voci di ogni singolo paragrafo: docente, classe, analisi iniziale, composizione della classe, note sulla storia della classe, aspetti comportamentali, aspetti cognitivi...
Alla voce “aspetti cognitivi” viene specificato, tra parentesi, che si dovrà indicare la “distribuzione percentuale degli alunni nelle tre fasce di livello di apprendimento” e la “descrizione delle caratteristiche cognitive globali per livello, con riferimento alla tabella di corrispondenza tra voti decimali e livelli tassonomici della P.E.I.” che sarebbe, quest’ultima, anzi quest’ultimo, nella scuola italiana, il Piano Educativo Individualizzato ma nel nostro caso, acronimo dixit, diventa, riprendendosi la sua femminilità, la Programmazione Educativa d’Istituto. Ho riletto un paio di volte questo tra parentesi e poi ho inserito la stringa “descrizione delle caratteristiche cognitive globali per livello” su Google, per vedere cosa diavolo significasse e a quale campo disciplinare si facesse riferimento perché, grazie a Dio, al mia ignoranza è estesa e, per questo, mi faccio sempre tante domande.
I primi dieci record hanno come titolo in blu, nell’ordine dal più importante al decimo: “Psicodiagnostica - Wikipedia”, “Il declino cognitivo globale: le demenze”, “2a Lezione di elementi di neuropsichiatria”, “Una diagnosi di... Items”, “Istituto Superiore Ovidio, Scuola statale d’arte”, “Disturbi cognitivi”, “Dislessia - Come si manifestano i disturbi dell’apprendimento?”, “Informazioni sui farmaci: la memantina”, “Il coma - comunicare il coma”, “Malattia di Parkinson e parkinsonismi”. 9 su 10 esprimono un preciso quadro clinico della situazione e mi collocano fuori campo disciplinare: ovvero, io non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda.
Quello che mi si chiede, mi si dirà, è solo far di conto, vedere chi ha preso 8 e chi 4, fare una percentuale rispetto al totale dei presenti, due calcoletti insomma. Ma io non dò voti, non adesso: scrivo giudizi, esprimo idee, mi faccio un quadro della situazione, mi relaziono, cerco di comunicare contenuti; poi, non faccio compiti in classe, non interrogo, non peso numericamente i ragazzi, mi viene difficile, sono persone, no? Per cui non ho il quadretto di informazioni numeriche e nemmeno le capacità di verificare se mi trovo dinanzi quadri personali o situazioni oggettive di disturbi cognitivi o casi di Parkinson. Come farò?

29/09/10

Scrive Saviano

"Nella società del gossip si viene colpiti uno per volta, e noi siamo spettatori spesso incapaci di decodificare gli interessi costituiti che stanno dietro l'operazione, i mandanti, il movente.

Eppure la questione riguarda tutti, perché mentre la macchina infanga una persona denudandola in una sua debolezza e colpendola nel suo isolamento, parla agli altri, sussurrando il messaggio peggiore, antipolitico per eccellenza: siamo tutti uguali, dice questo messaggio, non alzare la testa, non cercare speranze, perché siamo tutti sporchi e tutti abbiamo qualcosa da nascondere. Dunque abbassa lo sguardo, ritraiti, rinuncia.

Come si può spezzare questo meccanismo infernale, pericoloso per la democrazia, e non solo per le singole persone coinvolte? L'antidoto è in noi, in noi lettori, spettatori e cittadini, se preserviamo la nostra autonomia culturale, se recuperiamo la nostra capacità di giudizio.

L'antidoto è nel non recepire il pettegolezzo, nel non riproporlo, nel non reiterarlo. Nel capire che ci si sta servendo di noi, dei nostri occhi, delle nostre bocche come megafoni di pensieri che non sono i nostri. Nel non passare, come fanno molti addetti ai lavori, le loro giornate su siti di gossip che mentono a pagamento, che costruiscono con tono scherzoso la delegittimazione, che usano informazioni personali soltanto per metterti in difficoltà.

È il metodo dei vecchi regimi comunisti, delle tirannie dei paesi socialisti che volevano far passare i dissidenti per viziosi, ladri, nullafacenti, gentaglia che si opponeva solo per basso interesse. Mai come nell'Italia di oggi si trova realizzato nuovamente, anche se con metodi differenti, quel meccanismo delegittimante."

01/04/10

CARTE FALSE

Descrivo quello che vedo. Una porta che conduce ad un corridoio. Meglio. Una porta metallica che conduce ad un corridoio piuttosto stretto. Oppure. Una porta di servizio che consente una uscita di servizio, visto che come ingresso è piuttosto risicato. Posto che il corridoio di servizio porti a una cantina privata ci sarebbero una serie di problemi (per via degli eventuali ingombri da tenere in considerazione) ma, comunque, essendo un accesso privato ad un locale privato, tutto sommato, ognuno può fare, grosso modo, quel che vuole a casa propria.
Entro nel merito di quel che vedo. Questo non è un accesso privato ad un locale privato, no. Piuttosto un accesso pubblico (meglio identificato come "uscita di sicurezza") ad un locale pubblico o a qualcosa che tale dovrebbe intendersi: una scuola. Certo, dovremmo anche intenderci sui requisiti igienici e di sicurezza che dovrebbero avere le scuole per essere tali, visto che vengono disattesi in primis dal Ministro dell'Istruzione (ho tralasciato appositamente il termine "Pubblica"), ma questo varco non può essere in alcun modo assimilato a qualcosa che serva a inoculare centinaia di persone all'interno, o verso l'esterno, di un edificio "scolastico".
Lo è.

05/01/10

CONTRIBUTI?

Il video, proveniente da skuola.net, è quasi casalingo. Se lui, il ragazzo, la smettesse di muovere con ostentazione il braccio mentre parla farebbe un servizio migliore agli utenti. Ma le cose che vengon dette la dicono lunga sul rapporto tra scuola, studenti e tasse, o contributi scolastici. Io non penso che siano inutili tali contributi, a patto che sia chiaro e trasparente in che modo e per quali servizi vengano utilizzati.

19/10/09

>LA CLASSE E' ACQUA<

Il termine classe deriva dal latino classis, che ha probabilmente origine da un antico verbo che significava chiamare. Classis significava perciò chiamata, appello. Verso la metà del Settecento la parola classe venne impiegata nel linguaggio dell'economia con il valore di gruppo di persone che hanno la stessa situazione di reddito o che esercitano la stessa professione.

Karl Marx riprese l'idea settecentesca di classe come gruppo di individui omogeneo per origini, censo e cultura, ma ne evidenziò il significato economico. Nella teoria marxista - leninista, infatti, il concetto di classe è legato principalmente alla divisione del lavoro sociale in due categorie: la classe capitalista, che possiede i mezzi di produzione e quella proletaria che possiede la forza lavoro. Il corso della storia, secondo il marxismo-leninismo, è prodotto diretto del conflitto di classe destinato a risolversi con la presa del potere da parte del proletariato e la nascita di una società non più divisa.

Ogni stato organizzato, comunque, è governato da una classe dirigente che comprende i politici, ma anche chi detiene il potere reale, cioè industriali, magistrati, professionisti e intellettuali. Oltre che in politica e in sociologia, il termine classe è utilizzato in altri contesti sempre con il senso di gruppo di individui con caratteristiche simili. Nel linguaggio della burocrazia militare, appartengono ad una stessa classe tutti coloro che sono nati nello stesso anno. A questo si riferisce l'espressione classe di ferro. Nel mondo della scuola si indica con la parola classe l'unità organizzativa e didattica minima e, per estensione, sia l'insieme degli alunni che frequentano una classe che il locale dove si svolgono le lezioni.

Oggi mi è capitato, in una classe della scuola dove svolgo le mie mansioni di docente (insegnare no, mi pare esagerato), che una classe esprimesse il proprio conflitto nel seguire le mie lezioni chiedendo a gran voce di evitare che io affrontassi i termini grammatici dell'arte (i fondamentali, per lo sportivo) per vedere, tout court, le cose e seguire sulle pagine del libro le cose che io avrei dovuto spiegare. Con mio grande disappunto ho iniziato a fare l'insegnante perché questa è stata la loro richiesta. Glielo devo, da programma ministeriale, e lo farò. Mi aspettavo una generazione meno disattenta alla riflessione epistemologica, mi trovo davanti una generazione che vuole seguire il programma del corso, del libro e dell'insegnante. Il termine classe, infine, ha anche il senso di distinzione, signorilità, stile: si dice per questo che una persona è di classe o che ha classe (da cui, forse, l'espressione "la classe non è acqua"). Ma la parola può anche rappresentare un giudizio negativo quando indica una casta sociale o un ordine chiuso. Spiegato l'arcano!

05/10/09

>LA CROCIATA DEL PROF. M<

Analizziamo la cosa, in astratto. L’istituto X sta all’interno di un edificio che prima ospitava uffici per L’Agenzia delle Entrate (Ministero delle Finanze, suppongo). Tale edificio, e, mi si dice, tutta una serie di edifici di tal fatta affittati a scuole e uffici pubblici, appartiene a un cittadino, e ad una famiglia, che possiede una grossa parte degli edifici della città K realizzati in un periodo di boom delle concessioni edilizie (che altri chiamano abusivismo pre-condono).

Tale cittadino affitta l’edificio, e tutti gli altri edifici, ad un ente pubblico pressocché soverchio (la Provincia Q della Regione Y) pur sapendo, i due contraenti, che esso non possiede nessuno dei requisiti che lo possano definire edificio pubblico, men che meno “scuola”. Questo contratto dovrà pur esistere, ma non viene fuori. La storia è comune a molti plessi. Lasciamo questa situazione qui, e andiamo avanti.

Arriva a dirigere l’Istituto X il professor M che, pur fidandosi delle consegne avute dal suo predecessore, vuol comunque veder chiaro tra le carte e lungo i corridoi dell’Istituto ereditato. Batti e ribatti, scopre la magagna e se ne avvede al punto che non solo manda elegantemente, in cuor suo, a quel paese (non diremo quale) il suo e i suoi predecessori che con grande leggerezza hanno gestito, al di fuori di ogni normativa di sicurezza, la vita in quell’edificio, che tutto potrà essere (seppur fuori norma) ma non scuola, ma fa di più.

Lo dice, chiaramente, e senza poter essere smentito, ad una giornalista. La cosa arriva su internet e, come ci si aspetterebbe, inizia a circolare negli ambienti dirigenziali fino a scatenare un putiferio. E invece no. La cosa arriva su internet. Punto. Finisce là. Ma come? Proprio ora che un dirigente dichiara la sacrosanta verità, bolla di sapone?

Eppure è così. Il dirigente può soltanto correre ai ripari, dopo la sua dichiarazione, e prova ad aggiustare una porta di sicurezza, a mettere a norma un impianto elettrico, richiama docenti e personale a verificare lo status quo delle aule in cui lavorano: soldi però non ce ne stanno, e l’edificio continua a non avere i requisiti. Ma in quella scuola vivono 1500 persone ogni giorno. Ripeto: millecinquecento persone ogni giorno, distribuite su cinque piani.

I piani di sicurezza non sono adeguati, non ci sono scale di sicurezza e, ciliegina sulla torta, anche se ci fossero la popolazione defluente non saprebbe dove allunare, una volta fuori. Il professor M lo sa, lo dice, lo comprende ma non ha soluzioni e dall’inutile Ente non arriva nessuna notizia: né addenda né reprimenda.

Ora capiamo da cosa derivano gli indirizzi strategici di Gelmini: il signor ministro pensa che tutto funzioni a meraviglia dovunque e che, essendo tutto così perfetto, vadano apportati correttivi strutturali che non consentano iniquità di trattamento tra differenti istituti e/o scuole.

Io non posso che plaudire, invece, alla sagacia del professor M che, nonostante tutto, immagina di intravedere un barlume di speranza all’orizzonte e, credendoci, insiste nella sua ricerca dell’Eldorado. La sua non è una crociata perduta in partenza, come non lo sarebbe quella di altre scuole se a sollevare i vessilli e a sguainare le spade fossero le centinaia di dirigenti scolastici che subiscono immotivatamente angherie “oltre norma” dai loro superiori.

E, forse, è da qui che dovrebbe ripartire con nuovo vigore una protesta. Solo una scuola consapevole dei propri limiti reali può indicare soluzioni contro il precariato e suggerire che le buone pratiche possono partire dal corpo docente, dalla popolazione scolastica, dal personale più che essere esperimenti in provetta sulla vita delle persone. Ho esagerato?

03/10/09

PROGETTI EXTRACURRICULARI

Estrapolo una parte della lettera scritta da Roberto Alessi, insegnante all'Istituto Danilo Dolci di Palermo, che traccia un discrimine utile a chiarire e a chiarirsi il senso dei progetti extracurriculari in questi tempi oscuri.

"Che senso ha, in una scuola a cui vengono sottratte risorse vitali, indispensabili per assicurare agli studenti il minimo indispensabile per la loro formazione (scuole idonee e sicure, insegnamenti stabili, coerenti e "di qualità", sostegno e assistenza per gli alunni disabili, insegnanti motivati e non mortificati, strumenti didattici essenziali, ecc.), proporre estemporanei “ampliamenti dell’offerta formativa”, rivolti ad un numero limitato di alunni, che non possono che assumere (nel migliore dei casi, che non è il più frequente) la funzione (beffarda, se si considera quanto si sta smobilitando nell’offerta “curricolare”) di “cattedrali nel deserto”? Secondo noi, non ha senso."

"Anzi, continuare ad “ampliare”, nel pomeriggio, quell’offerta formativa che, la mattina, viene mortificata e impoverita sino all’inverosimile, rischia di farci recitare la parte degli struzzi. Queste considerazioni, sia ben chiaro, valgono al di là del valore e dell’efficacia che il singolo “progetto” possa, più o meno legittimamente, rivendicare. E al di là, pure, delle ottime intenzioni che animano i docenti che propongono tali progetti."

"La scelta fatta dal Collegio della mia scuola (di rigettare i progetti extracurriculari), decisa da una buona maggioranza dei suoi componenti, ha innescato un acceso dibattito tra i docenti, che (immagino e mi auguro) proseguirà e si arricchirà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Alcuni dei docenti che avevano presentato progetti hanno deciso, comunque, di sostenere questa scelta. Altri, una nutrita minoranza di circa quaranta colleghi, l’ha avversata, con motivazioni che avranno modo di chiarire e approfondire nei prossimi giorni. Dal mio punto di vista, la delibera di ieri ha già raggiunto un importante risultato: si è creato un terreno di discussione e confronto, che, ripeto, sarà tanto più fertile e proficuo quanto più riuscirà a coinvolgere tanti altri docenti di tante altre scuole."

Mi pare anche questa una direzione civile da intraprendere, sia per comprendere dal di dentro cosa stia accadendo sia per evitare il laissez-faire che, alla lontana, non premia né il senso dell'insegnamento né il valore della presenza delle scuole sul territorio.

27/07/09

NOTIZIE FRESCHE FRESCHE

In attesa di qualche notizia agostana dalla Gelmini (lo scorso anno, ricorderete, ha iniziato la sua riforma a partire dall'estate, e noi lo abbiamo fatto notare), o di qualche altra novità dalla riforma strutturale del Salvemini, vorrei rendere edotti i "non lettori" di un documento che mi è capitato per mano qualche giorno fa e che mi ha fatto esclamare un ops! di troppo. Già, perché la cosa sottolinea quanto affermato nel precedente post e corrobora le proposte presentate a settembre/ottobre/novembre 2008 esperibili nelle pagine azzurre del libro "Fuori Registro", mai tenute in considerazione, ovviamente.

"Oggetto: Sopralluoghi iniziali effettuati presso la sede dell'Istituto e la succursale di Viale Michelangelo" Questo l'oggetto, sì. Svolgimento: "I sopralluoghi in oggetto hanno evidenziato una serie di carenze a cui sarà necessario dare soluzione, differenziandole per priorità di intervento, e quindi con una opportuna tempistica. Tutte le osservazioni verranno discusse con il Dirigente Scolastico e con il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), e quindi inserite nella sezione programmazione degli interventi del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), che dovrà essere completato entro la fine del corrente anno solare." [Il grassetto è mio, il corsivo appartiene al testo]

Basterebbe questa introduzione per ricamarci sopra un post non indifferente. Cosa vuol dire "sopralluoghi iniziali"? Che ce ne saranno degli altri. Ah, ecco, degli altri. Già, ma da parte di chi? Per quanto ne so io, da parte dell'ingegnere incaricato di tali sopralluoghi. Che si configura come il soggetto che ha il compito di compilare il DVR e che ha, penso (in buona fede), ricevuto un incarico diretto per accollarsi questo onere (o forse non è così?). A proposito della "opportuna tempistica" vorrei aprire un piccolo squarcio professionale, inoltre. Dal momento in cui chiunque riceve una documentazione rilevata da un sopralluogo (da quel momento e non prima) avrà modo di elaborare una documentazione congrua e oggettiva, magari verificando di persona che quella consulenza sia formulata in maniera corretta e impeccabile. La risposta deve stare nei tempi. Ma mi pare che in questo caso si siano fatti i miracoli, visto che il corrente anno solare si sarebbe chiuso (escluso Natale, Santo Stefano e le domeniche santificate) 21 giorni dopo.

Il documento in arrivo al protocollo dell'Istituto (rf.0014413) è del 10/12/2008 (ma è datato 04/12/2008) perviene dalla ProCoTel sas di Centineo A.&C., società di "progettazione e consulenza per le telecomunicazioni e l'informatica", verso la quale non intendo sollevare questioni di merito (loro fanno il loro lavoro, in quel campo) ma di competenza. Scrive infatti la società Procotel che "fra le problematiche riscontrate, due meritano particolare attenzione, ed entrambe si riferiscono alla succursale: (1) gli intonaci di tutte le facciate dell'edificio si presentano in cattivo stato di conservazione, con cornicioni pieni di profonde crepe suscettibili di provocare distacchi dei suddetti intonaci e conseguente pericolo per il personale e gli allievi sottostanti; si suggerisce un rapido intervento dei Vigili del Fuoco per mettere in sicurezza le parti più pericolanti. (2) Le vie di fuga dal piano cantinato (laboratori, palestre, etc) sembrano insufficienti a smaltire correttamente, in caso di emergenza, la popolazione presente; si verificherà al più presto, anche con opportune prove di evacuazione, la reale capacità di smaltimento."

Da quanto testualmente riportato mi pare che le informazioni abbiano poco o nulla a che fare con le specifiche della suddetta società di "progettazione e consulenza per le telecomunicazioni e l'informatica", per cui chi ha svolto il sopralluogo non era, probabilmente, del settore e, infatti, tali osservazioni "iniziali" sono generiche, sommarie, senza riferimenti normativi e, probabilmente, senza avere la possibilità di certificare le proprie competenze in quel determinato settore (tranne che per gli onniscienti). Ma Procotel, che non ha strumenti (o, almeno, in questa relazione non dimostra di averli) per decretare uno stato di degrado, come è stata contattata, da chi e secondo quali criteri è stata scelta? In quale voce di bilancio, poi, si palesa questo rapporto di consulenza? E dove sta quella dell'ingegnere incaricato? Ma questo è solo lo zucchero a velo che ricopre la torta, mi pare.

La sostanza sta nella data (e qui cerco di essere chiarissimo: il sopralluogo in succursale viene svolto il 26 novembre 2008, la relazione viene redatta in data 4 dicembre 2008, la scuola riceve il tutto in data 10 dicembre 2008): per sei mesi tali osservazioni, per quanto generiche e prive di riferimenti normativi, non hanno sortito alcun effetto sulla eventualità di una chiusura, per motivi di sicurezza, della sede succursale, alla faccia dello scaricabarile. Già. Perché questa documentazione, e tutte le altre (DVR incluso), sono una bella parata di culo (dicesi così) per evitare responsabilità di sorta. Traduco: qualora accada qualcosa di grave, noi i documenti ce li abbiamo, li abbiamo protocollati e dunque la responsabilità ricadrà su qualcun altro. Ora, e solo ora, dopo sei mesi di scuola, di attività, di riunioni e progetti, improvvisamente riappare lo spauracchio della chiusura. Ma quando le responsabilità erano palesi, allora, chi si è sbracciato per dire come stavano le cose?

20/07/09

CODE DI PAGLIA

Diciamolo chiaro: la notizia, ad oggi, che deve restare tra le pareti degli uffici preposti, è che la sede succursale dell'Istituto Salvemini è stata chiusa per inagibilità. Qualora si voglia approfondire la cosa, in termini generali, si può cliccare qui. Ma il post non ha questo intento, o non per ora. La questione è più generale e ha a che vedere con la poca professionalità di chi, eventualmente, sapeva da anni della mancanza del certificato di agibilità e non ha fatto nulla per affrontare onestamente il problema. Anzi, lo ha ritardato fino a quando ha potuto darsela a gambe levate. Avete presente il film Titanic? Ecco, nel momento in cui le scialuppe lasciano la nave l'armatore, approfittando di una distrazione del personale di bordo (preposto a consentire lo sfollamento di donne e bambini, di prima e seconda classe), salta su una scialuppa e vigliaccamente abbandona il Titanic che affonda facendo finta di non essere a bordo, o di non esserlo mai stato. Questa è la situazione.

Mi sono arrivati sms, a ridosso della notizia, il cui tono era, grosso modo: "ma ne sai qualcosa?" oppure "tu c'entri qualcosa?" oppure, ed è peggio, un sms in cui c'era scritto "volevi ottenere questo risultato, e adesso?". Code di paglia di nuova generazione, ovviamente. Il libro Fuori Registro (download gratuito qui) è stato scaricato finora solo 37 volte, o da 37 utenti, e dipana contenuti noti da decenni a molti docenti dell'Istituto che, a vario titolo e non sempre in maniera cosciente, hanno partecipato ai Collegi Docenti, ai Consigli d'Istituto, alle riunioni di Commissioni varie, mantenendo uno "stretto riserbo" o un aplomb londinese sulla questione della succursale che, agli occhi di tutti (e con persistenza), è sempre stata un'altra cosa rispetto alla centrale. Ho sentito docenti (che entravano per la prima volta in quella sede, dopo circa dieci anni di lavoro in quella scuola) esclamare "ma come fate a lavorare qui?", come se uscissero in quel momento dal libro delle fiabe Disney. Il "qui" a cui innocentemente si riferivano aveva a che fare con un altro posto che, sostanzialmente, non era la stessa scuola.

Questo blog esiste da tre anni, non ha mai censurato nessuno e le notizie sono sempre passate senza filtri. Mi pare piuttosto surreale che ci si svegli una mattina e si scopra che la sede succursale dell'Istituto fosse inagibile. Ops! La questione, però, è un'altra e non è di sola lana caprina. Il DPR 380/2001, al titolo III (Agibilità degli edifici), articolo 26 (Dichiarazione di inagibilità) recita che "il rilascio del certificato di agibilità non impedisce l’esercizio del potere di dichiarazione di inagibilità di un edificio o di parte di esso ai sensi dell’articolo 222 del regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265." E cosa dice questo articolo 222, redatto ancora in epoca fascista? Che "il Podestà, sentito l'ufficiale sanitario o su richiesta del medico provinciale, può dichiarare inabitabile una casa o parte di essa per ragioni igieniche o ordinarne lo sgombero.". Qualcosa sfugge alla comprensione? Insomma, è dal 1934 che vige la norma sulla dichiarazione di inagibilità non dal 2009. Sicché è dal 1934 o, meglio, dal momento in cui quell'edificio ha iniziato ad ospitare attività scolastiche, che un dirigente di buon senso avrebbe dovuto tenere in considerazione normative vigenti e tali da ospitare "in sicurezza" la popolazione scolastica tutta o, al più, avrebbe dovuto esercitare una pressione vigorosa su quelle istituzioni neglette che della norma se ne fregavano alla faccia di famiglie, studenti, docenti e personale. Non è accaduto, però.

Non è accaduto quando avrebbe dovuto accadere, e si è atteso (frementi, tutti) il momento del passaggio dell'iceberg, la scena madre del Titanic che affonda, le scialuppe di salvataggio e l'inquadratura dell'armatore che lascia la propria creatura al suo destino, lavandosene le mani. Oh yeah! E adesso? Adesso dal set di Titanic si passa a quello di Poseidon. La nave si è girata su se stessa, sta sottosopra, il mondo è capovolto, i punti di riferimento sono altri, o invertiti, quello che era soffitto è diventato pavimento e via dicendo, e tutti aspettano che la soluzione arrivi dall'iniziativa di un eroe sconosciuto, uno che nessuno sa chi sia; e non si sa nemmeno se sia un eroe o un disperato, anch'esso in cerca di salvarsi in quella disperata situazione. In questo nuovo set (che può magicamente mutare, biforcandosi, o verso "Pirati dei Caraibi. Ai confini del mondo" in cui il veliero sottosopra riesce a voltare sottosopra il mondo stesso, oppure verso "La tempesta perfetta" in cui il piccolo peschereccio viene definitivamente travolto dalla più imponente onda mai vista) gli scenari, appunto, sono mobili e mutevoli e solo pochi sanno come andrà a finire (sceneggiatore, regista, produttore). Tutti (cast, personale e spettatori) attendono l'ultima stesura e sperano che il finale sia ancora da scrivere, sperando di poter apportare loro stessi modifiche sostanziali. Tra poco più di un mese inizia la lavorazione, nopn credo che sarà necessario fare carte false per avere una parte: basterà non essere ipocriti.

07/05/09

INDIGNATI, AFASICI, IMPEGNATI E ASSENTI

Qualche anno fa in un articolo su Repubblica il giornalista Giuseppe D'Avanzo scrisse: "L'indignazione non serve a capire. Può infiammare l'opinione pubblica, forse. Per il resto lascia le cose come sono. Al più le confonde." Cioè, l'indignazione non basta ma bisogna agire, fare qualcosa, smuovere le acque stagnanti e dimostrare, coi fatti, che si sta facendo qualcosa, anche mettendo a rischio il proprio status, il proprio ruolo, la propria immagine o solo impegnandosi concretamente che alcune cose è possibile farle "a norma di legge".
Vivo una scuola che, per volontà del suo dirigente, mi ha chiesto di compiere il mio dovere di insegnante "limitatamente al mio ruolo", come se il mio ruolo fosse soltanto quello di fare bene il mio dovere, e dunque insegnare la disciplina per cui ho un determinato contratto di lavoro. Questa scuola mi ha chiesto di limitare le mie azioni critiche o, meglio, di astenermi dall'essere un interlocutore attivo o, per essere concreti, di farmi i fatti miei (come se i fatti miei riguardassero soltanto il mio orticello, i miei alunni, i miei registri, le mie ore di lavoro).

La scuola, e questa scuola che frequento da qualche anno, è concretamente impegnata, grazie ad alcuni dei suoi insegnanti più attivi, in progetti a favore della legalità, contro la dispersione scolastica, per l'assunzione di comportamenti civili e responsabili da parte degli alunni, da una parte; al tempo stesso, la scuola e questa scuola, non si indigna se sopravvive in strutture fatiscenti, fuori norma, in cui la sporcizia quotidiana (e non solo quotidiana) non viene rimossa, in cui gli atteggiamenti generali di totale afasia, quando non di rimozione coatta delle responsabilità civiche insite negli indirizzi educativi della struttura, sono all'ordine del giorno, e di tutti i giorni. In poche parole, che si bea della propria mancanza di indignazione e, di conseguenza, di una propensione collettiva a "non agire" per provare a migliorare le cose.

Questi comportamenti, non solo sono corroborati da tanti piccoli atteggiamenti generali in cui tutti fanno la loro parte (dirigenti, insegnanti, personale, allievi), collaborano alla visione, dall'esterno, che la scuola, tutto sommato, non risponda alle esigenze della società, delle famiglie, della politica, per cui è slegata dalla realtà (come se la "realtà" corrispondesse, aderendovi, al quadro esigenziale di una contemporaneità disfatta e disfattista). Ora, quae cum ita sint (mi si scusi il latinismo che sta per "stando così le cose", ma mi è venuto spontaneo), non resta che indignarsi "facendo", tappandosi il naso (non gli occhi), mettendo le mani dentro la brodaglia nauseabonda in cui siamo immersi e trovare il tappo che faccia evacuare altrove la merda. Come se bastasse, ma non basta: bisognerà pure ripulire i residui e trovare un senso, una strada, un luogo in cui sia chiara, limpida, trasparente l'azione di chi si muove per fare cose.

Chiudo, prosaicamente, con una sorta di assunzione di realismo, tratteggiato da ipotesi agathotopiane (si veda, al proposito, il lavoro di James Meade, premio Nobel per l'economia): la scuola, in generale e questa, può cambiare solo se accetta una discontinuità; se ha fratture, cambi di direzione condivisi e comprensibili; se si dà regole accettate da tutti; se i gruppi di persone che vi lavorano dentro (consigli, collegi, assemblee, commissioni, etc) hanno chiara la direzione che la scuola, tutta e questa, prende o prenderà; se accetta un grado zero (o un livello tre, per dirla con Troisi) in funzione di un proprio ruolo nella società; se agisce facendo, eliminando le scorie e le disuguaglianze. In cinque parole: se si prende un impegno. Ma un impegno chiaro e non sfuggente, aleatorio, ondivago, impercettibile, vago, impositivo e parziale. Già, perché il rischio è questo: dinanzi alla necessità collettiva di un impegno, non remunerato in busta paga, verranno meno i motivi di un cambiamento e le cose rimarranno inalterate, per poi venire inalberate solo al cambio di gestione (ministro o dirigente che sia). Può essere, questo, un argomento di discussione?

18/03/09

ODE AL PRECARIO



Quanto sopravviverò nel mio ruolo di supplente?
Non credo sarà facile per me
arrivare all'ultima ora indenne agli attacchi, resistente
La verità? C'è una novità, ho qualcuno che mi ascolta
che mi domanda “allora da che pagina a che pagina 'sta volta?”
ma chi ha la luna storta dichiara apertamente “lei non conta niente…”

Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c'è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c'è il vino da prendere

Io sono un portatore sano di sicuro precariato
e anche nel privato resto in prova
e ho un incarico a termine lo so
ma ho molta volontà, non c'è pericolo…
Figli della polvere raggrumata sotto i banchi
anche per oggi non vi interrogo
ho saputo già dal preside e dagli altri
che vi siete alzati stanchi
ma è l'ultima possibilità che ho di chiedervi un piacere
vorrei sapere chi mi imita e perché
non ne posso anch'io godere
una volta sola prima di lasciare
anche questa scuola

Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c'è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c'è il vino da prendere

Noi siamo portatori sani di sensi di colpa
e sulle mani abbiamo segni di medusa
io ho il sospetto che non se ne andranno via
ecco un esempio di eterna compagnia

10/03/09

IL DOMATORE

I bambini della terza hanno da quindici a diciott’anni
presenti assenti ripetenti in età ormai da pensione
età biologica versus età comportamentale, analogica, reale
stanno in gruppo come se fossero in piazza o per strada
ascoltano musica durante l’ora di supplenza, aaaaah
bipbip dei telefonini, si fanno le foto col cellulare
non sanno cosa fare, si alzano si siedono si affrontano
ridono parlano urlano alzati seduti qualcuno coricato
steso sbracato sulla sedia, sospeso sul tappeto postintervallo
di carte, bottiglie vuote, confezioni di merendine,
fa finta di dormire mentre parla, in realtà, al telefono
tastiera display parabola satellite tastiera microfono auricolare
con qualcuno che sta altrove, sembra, ma in realtà
è dall’altra parte della stanza, che gli risponde e lo guarda
lui alza gli occhi e in silenzio le dice qualcosa che
la fa arrabbiare e stop, cessare di ascoltare.

I bambini della terza cantano le canzoni del momento, le hit
sulla base registrata, durante l’ora di supplenza, sembrano
animali in gabbia, cresciuti in cattività, gatti senza casa,
e spostano le sedie trascinandole, tzrzrtz, persino giocano a carte,
a scuola, con le fiches colorate, a scuola, mentre una chiede di uscire,
uno vuole una bottiglietta d’acqua, la deve chiedere alla slot machine,
fuori, e per andarci, sono sei passi, si deve fare accompagnare,
il piccolo, perché dice che ha paura ad andar da solo, in realtà,
nella sua, fa lo scemo, crede di essere spiritoso, invece no
ha la sua incompresa età, non ancora uomo non più ragazzo.

I bambini della terza giocano alla morra, dietro i banchi
una sola scrive cose su un diario, scrive e sorride, chissà cosa
e chi sa a chi, è sola e lo sa, si esclude e lo sente oltre le cuffiette
ma non le importa niente, è il suo ruolo o la sua parte, e la recita
tutta intera senza tirarsi indietro, uno dei suoi compagni intanto
la importuna cercando di giocarci ma lei non ci sta
sorride e si schermisce ma rimane assorta nel suo spazio lontano
chilometri distante, siderale, mentre tutt’intorno è un desolante casino.

Questa è la realtà, questo il destino dell’ora di supplenza, inerte,
inutile, imprevedibile e inconsistente, l’ora mancante
che nessuno vuole fare
si è osservatori implacabili e muti di una tempesta che bisogna
dirigere, orientare, domare, sentirla propria tra i flutti
e i flussi di energie
che in quell’ora vengono liberate come i venti dall’otre di Eolo.

Non so se mi preoccupa di più l’età cerebrale dei bambini della terza
o l’inedia dell’ora di supplenza, il tedio, l’assordante silenzio
dietro cui mi trincero, ché non ho forza di reagire dinanzi all’onda
improbabile di energie contrastanti, ci vuole assenso dalla loro parte,
devi giocarci, essere accettato, coinvolto e poi interattivo,
toccando il loro orgoglio, l’età, la loro vera età
e il confine della rabbia, dell’involucro, il senso del tempo
i diritti, i loro spazi, in fondo il loro senso della libertà.

Ma a questo la scuola non prepara, la vita piuttosto sì, ma la vita
non ci riguarda, ha a che fare coi bambini, e noi li guardiamo
da lontano, da due metri, dalla cattedra, svolgere la tesa
degli aquiloni, e sto per dire che è ora di crescere, adesso
ma trilla la campana, liberatoria, per loro, dal supplente
assorto e ticchettante, così mi alzo, li saluto sottovoce e me ne vado
fuori dalla loro temporanea ora di assenza
per immergermi di nuovo tra le correnti dispositive di chi fa
il supplente, a riempire falle di tempo,
verso un altrove diverso ma sempre uguale.

22/12/08

ZERO REGOLE

La scuola non ha un regolamento d'istituto "valido", nonostante giri una copia di una cosa che è la copia di un'altra cosa. Ogni anno, prima dell'inizio d'anno, ogni istituto deve approvare un regolamento accettato da tutte le parti rappresentative dell'istituto stesso. L'organo che approva il regolamento d'istituto è il Consiglio d'Istituto, che raccoglie le componenti presenti all'interno della scuola. E il Consiglio d'Istituto, per quanto se ne sappia, non ha approvato ancora alcunché. Per cui il regolamento in circolazione non ha validità alcuna fino a quando, almeno, non verrà approvato dalle parti.

E dunque, in questi casi, a cosa ci si affida per regolare la vita all'interno dell'istituto scolastico? Teoricamente al precedente regolamento. Il precedente regolamento, che è quello tuttora adottato, accetta che le norme in esso contenute siano allineate allo Statuto delle studentesse e degli studenti (di cui il blog ha già riportato i contenuti) ma non se ne fa carico nell'articolato interno e, soprattutto, viene somministrato alla scuola senza essere stato approvato dalla componente studentesca, cosa esplicitamente richiesta dallo statuto suddetto.

Siamo in assenza di regole, dunque, solo per quanto riguarda la vita degli studenti (e, in parte, dei docenti) all'interno dell'istituzione? O mancano regole anche all'interno del sistema organizzativo? Come si sa, chi lo sa, la deregulation, o deregolazione o deregolamentazione, è quel processo per cui i governi eliminano le restrizioni degli affari al fine di incoraggiare le efficienti operazioni del mercato. La base razionale per la deregulation è, generalmente, che un minor numero di regole porta a un maggior livello di concorrenza, conseguentemente a maggior produttività, maggior efficienza e, in generale, prezzi più bassi.

Già, ma la deregulation è un sistema di semplificazione dei sistemi di regole esistenti, non l'assenza totale di regole. Se vogliamo avere un'efficienza condivisa tra soggetti che partecipano alla vita della scuola dobbiamo, innanzitutto, adottare strutturalmente regolamenti che indichino quali vie bisogna percorrere per esigere più diritti e doveri, e orientare i soggetti interessati a comprendere, assimilare e adottare tali regole, indipendentemente dalla carica ricoperta. Solo in questa maniera si può essere scuola, unico corpo riconoscibile, e interloquire sul riconoscimento dei soggetti che ad essa fanno riferimento.

16/12/08

LA SCUOLA DEI COGLIONI

L'istituto scolastico in cui insegno, a Palermo, ha istituito dal 15 al 19 di dicembre la "Settimana dello studente", in cui gli allievi dell'istituto stesso sono stati invitati ad organizzare, con l'appoggio e il coordinamento dei loro professori, laboratori alternativi allo studio delle discipline tradizionali o previste dal piano di studi. Questo nelle premesse, non nei fatti.

Ho avuto la dimostrazione, oggi, che è impossibile selezionare tra docenti e studenti chi è coglione o chi ha i coglioni, per questo mi sono fatto una mia idea. Ovviamente non voglio generalizzare, ma ho visto che una volta che la scuola è stata trasformata in un flipper (termine obsoleto ma efficace) le varie palline ruotavano all'impazzata senza raggiungere nessun altro obiettivo che il loro punto di partenza.

Ecco l'argomento della maggior parte dei laboratori, avallati dai docenti: pallavolo, pingpong, playstation, canto, musica, cineforum, e quant'altro del genere. Un centro sociale geriatrico, mancavano i balli sociali e il torneo di briscola e tressette. Penso che una scuola autogestita possa diventare una buona occasione per sperimentare relazioni e contenuti, non per fregarsene di tutto e prolungare il tempo pieno che si fa a casa (facendosi friggere il cervello dalla televisione) anche nel luogo in cui è ancora possibile, con un cervello non fritto, crescere intellettivamente.

Con il termine coglione, lo si sa, si intende l'accezione popolare di una parte anatomica del corpo umano. Il termine è anche un insulto entrato da tempo nel linguaggio corrente con il significato di "persona poco avveduta che non prevede le conseguenze dei propri atti per insufficiente intelligenza"; e tuttavia mantiene caratteristiche di innegabile volgarità. Viene frequentemente adoperato per prendere in giro o ingiuriare qualcuno (ad esempio, ne "I Malavoglia" di Giovanni Verga, padron 'Ntoni viene giudicato "minchione" dalla comunità perché incapace di perseguire i propri interessi).

Al plurale, sempre con tinte di volgarità ma questa volta in senso tutt'altro che dispregiativo, viene usato in varie espressioni colorite, quali "avere i coglioni" (o anche "averci le palle" o gli "attributi") per indicare una persona particolarmente capace e degna di ammirazione (uomo o anche donna, per un'impropria ma suggestiva forma di estensione). Ora, ecco il quadruccio, mi pare di avere notato per i corridoi della scuola una generazione di coglioni che si compiacevano, tutto sommato, d'esserlo, docenti e studenti che siano. Ma la scuola che figura ci fa?

La scuola ha i coglioni, o dovrebbe averli per gestire una matassa del genere. Li ha in senso figurato e li ha tecnicamente. Se i coglioni appartengono alla scuola, o la frequentano, la scuola ha i coglioni. Ma se i coglioni, che fanno parte della scuola, sottendono le attività di altri coglioni e non si rendono conto della coglionaggine generale che ormai ha pervaso gli spazi, le relazioni e gli atti, allora bisogna dire che la scuola è dei coglioni. Ai lettori l'ardua sentenza. Per quel che mi riguarda io sono portatore sano di coglionaggine, ma almeno so perché!!!

14/12/08

LABORATORI NARRATIVI



Per tre settimane, o su di lì, non si andrà a scuola a fare i professori né gli studenti. Questo accade al Salvemini, a Palermo, la scuola che frequento da insegnante. Questa settimana, dal 15 al 19, ci sarà la Settimana dello Studente, laboratori e incontri a tema variabile, richiesti, sollecitati o attesi dagli allievi, e i professori lì a fare da spalla o da interlocutore. Insomma, si pensa che debba essere così.

Poi, come sovente accade, i professori non riescono a svestire il ruolo e continuano a fare quel che chiede loro il protocollo proponendo laboratori legati alle discipline che normalmente insegnano. Il prof di italiano (per fare esempi generici) fa un laboratorio su Dante, quello di matematica ne fa uno sui numeri primi (senza siparietti letterari) e quello di disegno fa dipingere delle tele. Ma non era questo lo spirito, o così io non interpreto.

Io ho invitato Daniele Billitteri e Davide Enia avventurandomi in due laboratori narrativi, per ascoltarli parlare di Palermo e "acchiappare", come loro san fare bene, i ragazzi dell'Istituto per legarli, nel fiume di parole, alla loro città, più di quanto loro sappiano mai essere. I narratori hanno questo dono, e questo piacere: saper fare vedere cose che nel momento in cui loro parlano non sono lì, e far sentire il mondo attorno a queste cose. Per questo amo Daniele e Davide, e loro lo sanno.

12/12/08

10 REGOLE UTILI (prima di un'assemblea d'Istituto)

L'assemblea d'Istituto, oggi, qui, viene richiesta solo perché ne va fatta almeno una, una volta al mese, senza capire l'importanza che ha questo strumento nella conduzione della vita scolastica. Per quante assemblee d'Istituto si facciano, non sono evidenti i risultati concreti di questi incontri né le ipotesi di dialogo intavolate con la dirigenza della scuola. Per questo motivo, indico qui dieci semplici regole che possono essere utili a chi ricopre il ruolo di rappresentante d'istituto e di classe.

REGOLA 1
Leggere bene, sottolineare, studiare, ricordare, imparare lo STATUTO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI che è stato aggiornato dal DPR 235/07

REGOLA 2
Fare richiedere, da parte dei rappresentanti di classe, una assemblea di classe, nella cui richiesta vanno formulati pochi ma sostanziosi punti di cui discutere. Per svolgere l'assemblea (se ne può fare una al mese) bisogna richiedere la disponibilità dei docenti in cui ricade l'ora dell'assemblea.

REGOLA 3
Ogni assemblea di classe dovrà redigere un verbale sui contenuti discussi, sui problemi della classe e sulle proposte che sono emerse. Il verbale può essere un semplice quadernone a quadri o a righe. Sul verbale va riportato il giorno e l'ora in cui si è svolta l'assemblea, gli alunni presenti e un elenco per punti delle cose di cui si è parlato.

REGOLA 4
Copie, o fotocopie, dei verbali vanno raccolte dai rappresentanti d'Istituto e ordinati (organizzati) per tipologia di problemi e di proposte. Mentre il verbale della classe deve rimanere nelle mani di uno dei rappresentanti di classe o, se disponibile, nell'aula destinata dalla scuola agli studenti.

REGOLA 5
La sintesi dei verbali delle classi, gestita dai rappresentanti d'Istituto, diventerà la base per la richiesta di un comitato studentesco (assemblea dei rappresentanti di classe) durante il quale dovranno essere evidenziati i punti (problemi e proposte) da sottoporre al Consiglio d'Istituto da parte dei rappresentanti d'Istituto. Tali punti, in forma d'elenco, dovranno essere accettati o respinti dall'assemblea d'Istituto.

REGOLA 6
Prima di richiedere l'assemblea d'Istituto i rappresentanti d'Istituto dovranno fornire l'elenco dei punti sopradetti emersi dalla riunione del comitato studentesco, in maniera tale che i rappresentanti di classe possano informare in anticipo la propria classe delle cose di cui si discuterà in assemblea.

REGOLA 7
Una volta richiesta l'assemblea (se ne può svolgere una al mese) bisognerà preparare una copia dell'elenco dei punti all'ordine del giorno da esporre preventivamente (qualche giorno prima) alla bacheca degli studenti o alla bacheca d'Istituto. In tal modo gli studenti della scuola verranno informati, sia dal rappresentante di classe che dalla bacheca pubblica, con un certo anticipo delle cose di cui si discuterà, o di cui sarà richiesto il voto.

REGOLA 8
L'assemblea, una volta riunita, si esprimerà innanzitutto, ad alzata di mano, sui punti all'ordine del giorno e successivamente su questioni emerse successivamente ai consigli di classe o al comitato studentesco. I punti votati e approvati faranno parte del documento di richieste, problemi, proposte da sottoporre al Dirigente scolastico e al Consiglio d'Istituto.

REGOLA 9
Il Consiglio d'Istituto, per discutere le proposte degli studenti, dovrà ricevere con un certo anticipo (almeno 15 giorni prima del suo svolgimento) le questioni deliberate dall'assemblea d'Istituto, in maniera che possano essere inserite nell'ordine del giorno. Tale documento dovrà essere consegnato al protocollo della scuola, datato e controfirmato dai rappresentanti d'Istituto, e indirizzato sia al Dirigente scolastico che al Presidente del Consiglio d'Istituto.

REGOLA 10
Una volta che i punti verranno discussi in Consiglio d'Istituto sarà cura dei rappresentanti d'Istituto redigere una lettera agli studenti in cui andrà inserito:
a. l'elenco delle richieste fatte, approvate dall'assemblea d'Istituto
b. un breve riassunto della discussione svolta
c. gli esiti delle richieste, approvate o respinte dal Consiglio e con che tipo di votazione (all'unanimità o a maggioranza).

12/11/08

DIAMOCI UNA MOSSA


DOCUMENTO DEL COLLEGIO DEI DOCENTI DEL LICEO CLASSICO “F. SCADUTO” DI BAGHERIA (PALERMO)

Il Collegio dei Docenti del Liceo Classico “F. Scaduto” di Bagheria con la presente mozione intende esprimere alcune considerazioni sulle misure che il Governo ha attuato o ha intenzione di attuare relativamente alla Scuola pubblica, in particolare l'articolo 64 della Legge 133/2008, il Decreto Legge 137/2008 (detto comunemente “Decreto Gelmini), l'articolo 3 del Decreto Legge 154/2008 e infine lo “Schema di Piano Programmatico” 2009-2011 concertato dal Ministero dell'Istruzione e dal Ministro dell'Economia.

Una prima considerazione critica riguarda il “metodo politico” seguito dal Governo.

Se finora, per usare le sue stesse parole, non è stata attuata una “politica che realizzasse un disegno organico ed un intervento riformatore unitario e condiviso” e se è “necessario un profondo e sereno ripensamento dell'impianto complessivo del nostro sistema scolastico” (Schema Piano Programmatico, pag. 1), non riusciamo a capire come tutto ciò possa accadere se tutte le misure vengono prese attraverso una legislazione frettolosa, basata sull'impiego dei Decreti Legge e sul ricorso al vincolo del Voto di fiducia in Parlamento.

In questo modo si rinuncia al ripensamento articolato della problematica scolastica nella sede legislativa per eccellenza, in cui tutte le posizioni politiche hanno, almeno in linea di principio, possibilità di confrontarsi. Così, inoltre, si elimina ogni possibilità di reale dibattito con chi nella scuola lavora e vive e con tutti quei soggetti direttamente interessati alle misure prese: associazioni dei lavoratori della scuola (docenti, presidi, personale ATA), degli alunni, dei genitori, sindacati, enti locali (province, comuni etc.).

Si tratta, invece, di un modo assolutamente verticistico e superficiale di affrontare problemi che richiedono un percorso più lungo e più complesso. Le semplificazioni e le scelte nette non vanno poste all'inizio semmai alla fine di un processo ponderato, fatto di studio della realtà, di ascolto dei bisogni e delle proposte e di tanto altro ancora.

Quanto al merito delle proposte del Governo vogliamo soltanto soffermarci su alcuni punti significativi che riguardano le grandi aree di intervento delineate dal Documento programmatico, sulla base delle leggi 133 e 137 del 2008: a) la revisione degli ordinamenti scolastici; b) la riorganizzazione della rete scolastica; c) il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane.

a) Per quanto riguarda la revisione degli ordinamenti scolastici, dai testi governativi finora emerge su tutto quella che, con brutta parola, il ministro chiama “essenzializzazione”, ovvero una riduzione significativa delle ore di lezione, dalle elementari fino alle superiori.

Ben venga una armonizzazione e semplificazione dei numerosissimi piani di studio, purché tutto ciò non vada a discapito della qualità e della quantità del tempo che gli alunni devono e possono trascorrere a scuola, ad esempio il tempo prolungato per le elementari e le secondarie di I grado, oppure le ore di lezione e di laboratorio per gli alunni delle scuole superiori (un tetto settimanale massimo di 30 o di 32 ore danneggia qualsiasi forma di attività sperimentale o laboratoriale).

No dunque alla riduzione delle ore di lezione e di laboratorio. Ciò vale anche per i Centri di istruzione per gli adulti (le cosiddette “scuole serali”), anche gli adulti – studenti lavoratori o altro – hanno diritto a una formazione ancora più qualificata di quella che ricevono, non “essenzializzata”.

Non possiamo neanche condividere la scelta di introdurre il maestro unico nelle scuole elementari e di ridurre la possibilità di lezioni in compresenza nelle scuole medie. Le ragioni “pedagogiche” della presenza del maestro unico ci appaiono molto discutibili – ed è bene che se ne discuta – (Documento programmatico p. 7), mentre molto più valida sotto il profilo pedagogico resta la soluzione, finora attuata, del modulo di tre docenti che lavorano su due classi (non si tratta, come falsamente qualcuno dice e pensa, di tre docenti che lavorano contemporaneamente nella stessa classe).

La questione potrebbe porsi inizialmente anche in modo molto semplice: è meglio che possa occuparsi di trenta bambini una équipe qualificata o che tutto ricada su un'unica figura?? Senza voler impartire dogmi o fare confronti troppo schematici, ma solo per introdurre una analogia utile alla discussione, rileviamo che da 7 anni nel nostro Istituto la figura dell'insegnante unico di lettere del biennio (18 ore settimanali!) è stata superata, praticando la cosiddetta “verticalizzazione” all'interno del biennio stesso.

I due docenti di lettere lavorano così su due classi, con un duplice effetto positivo: grazie al loro continuo confrontarsi il lavoro risulta più efficace e grazie alla loro presenza gli alunni possono godere di una prospettiva educativa e didattica (vorremmo poter dire persino di una “visione del mondo”) più ricca e diversificata.

Altro punto dolente è quello della eliminazione degli insegnanti specialisti di lingua inglese alle elementari: non basta un corso di 150 ore per diventare dei docenti di lingua straniera. Chi pensa questo mortifica la professionalità dell'insegnamento delle lingue, che proprio di fronte ai più giovani richiede competenze didattiche maggiori e più raffinate.

Sembra che il motto, tanto caro al Capo del Governo attuale, delle tre I - Inglese, Informatica e Impresa – abbia perduto qualche pezzo per strada... Inoltre questa idea semplicistica della formazione degli insegnanti, per cui basta qualche decina di ore di corso a formare una professionalità, sembra essere ripresa anche dall'intenzione del Ministro di accorpare le classi di concorso (vd. Piano programmatico Punto (c)).

Quasi che in maniera del tutto automatica saperi e competenze specialistici, costruiti negli anni di studio, di formazione e di pratica didattica (nel caso di chi già nella scuola lavora) possano essere interscambiabili come delle pedine di dama.

Lo ribadiamo, la scuola pubblica ha certo bisogno di un impiego migliore delle risorse esistenti, ma questo non implica che queste risorse debbano essere ridotte o considerate una mera variabile quantitativa che peraltro non incide sulla qualità. Razionalizzare, rendere più efficienti ed efficaci strutture e risorse non vuol dire automaticamente meno investimenti economici, meno ore di scuola, meno insegnanti, blocco del reclutamento del personale e altre misure che mirano al ridimensionamento – ovvero “essenzializzazione”, null'altro che un sinonimo di “semplificazione” o di “riduzione all'osso”– dell'esistente stesso.

Può invece significare un maggiore impegno economico affiancato a un migliore impegno organizzativo e alla valorizzazione complessiva delle energie esistenti. Se, ad esempio, è vero che “il rapporto insegnanti-studenti è decisamente più alto rispetto alla media europea” (perché poi questo sarebbe un male?) è anche vero che la quantità di PIL impegnata nella scuola (per non parlare dell'Università) è al di sotto della media europea (intorno al 4%); se è vero che “si riscontrano” consistenti divari tra gli esiti scolastici degli studenti italiani e quelli degli altri paesi OCSE” è anche vero che questo divario riguarda in particolare le scuole medie e superiori, non certo le elementari, perché dunque intervenire così pesantemente anche dove le cose funzionano bene?

Inoltre – se si fa una lettura davvero completa dei dati – va detto che i risultati negativi della rilevazione riguarda in particolare le scuole del meridione. Questo dato induce a porre domande più serie – fuori da ogni semplificazione pedagogica o sociologica – che riguardano non solo il ruolo e la responsabilità del sistema scolastico ma anche la struttura e la qualità della società e del territorio in cui esso opera. Non si tratta dunque di sottrarsi a una autocritica anche da parte degli operatori scolastici ma di trovare strade più mirate e meno semplicistiche per risolvere i problemi...

b) Per quanto riguarda la riorganizzazione della rete scolastica, riteniamo che sia doveroso e utile fare il possibile per ridurre sprechi e disfunzioni. Ma ancora una volta, ciò che va considerato in primo luogo è la qualità del servizio di cui lo stato vuol farsi carico e quali sono le funzioni alle quali esso non può e non deve derogare.

La scuola è un'istituzione che risponde a un bisogno dei cittadini, la sua presenza nel territorio è anche il segno della presenza dello stato – sia esso unitario o federale –, questo è un dato che non può essere semplicemente considerato come un “peso” economico, ma come un valore sociale e civile. Sappiamo che la scuola è anche un luogo di promozione della cultura e della cittadinanza ben al di là delle semplici ore di lezione che si svolgono di mattina.

E' in altre parole una risorsa fondamentale del territorio. Ma anche se vogliamo limitarci ad una logica “economicistica”, se è vero che la soppressione di alcune scuole porterà un risparmio, ci chiediamo se questo comporterà davvero un adeguato l'impegno delle regioni e degli enti locali a garantire la mobilità di alunni e lavoratori della scuola. Ci potremo poi anche chiedere quanto questo impegno inciderà sulle imposte locali, ma questa è un'altra storia.

c) Il razionale ed efficiente impiego delle risorse umane della scuola ci appare un obiettivo di fondamentale importanza. Ma dalle misure finora avanzate e dal piano programmatico ci pare che la razionalità e l'efficienza si traducano semplicemente: nella riduzione delle ore di scuola (vedi sopra al punto a); nell'accorpamento di macroaree disciplinari (tramite accorpamento delle classi di concorso), a scapito della valorizzazione delle competenze specifiche di ciascuno – dato che emerge anche dalla formazione “essenzializzata” dei docenti di lingua inglese – e in una significativa riduzione della qualità dell'insegnamento dovuta a tutta una serie di fattori di cui basti qui ricordare soltanto quello immediatamente più evidente, ovvero l'aumento del rapporto numerico fra docenti e alunni.

Questa misura va tutto a scapito della possibilità di seguire meglio i nostri studenti. E' oltremodo difficile pretendere di ottenere buoni risultati se ci troviamo di fronte a classi sempre più numerose, in cui la possibilità stessa del dialogo educativo e dell'ascolto reciproco viene ridotta al lumicino e per ragioni di tempo e perché si è in troppi.

In un quadro del genere, aggiungiamo, risulterebbe ancora più grave la diminuzione degli insegnanti di sostegno alle classi composte anche da alunni con handicap. Anche i docenti di sostegno mantengono elevato il rapporto insegnanti studenti, ma questa è una scelta di civiltà che l'intera Europa ci invidia: ridimensionare il sostegno ci farebbe davvero tornare indietro.

A questo proposito la stessa perdita di titolarità della cattedra (e dunque la mobilità) e la riconduzione a 18 ore di tutte le cattedre, impediranno di fatto, o limiteranno di molto, la disponibilità dei docenti alla flessibilità oraria, alle attività integrative, alle attività di progettazione didattico-educativa specifica dei singoli istituti e a tutte quelle iniziative che rendono una scuola attiva e protagonista proprio su quel territorio di cui tanto si parla.

Per fare qualche esempio concreto, le attività di biblioteca, le supplenze, le co-docenze, i laboratori, gli sportelli di ascolto e tutte le attività di preparazione di iniziative didattiche richiedono che gli insegnanti siano presenti a scuola proprio nelle ore mattutine, peraltro con grande beneficio della qualità dell'offerta formativa e con un impegno che va ben al di là del monte ore settimanale e contrattuale. Chiunque operi nel concreto della vita scolastica sa bene che il numero di ore di lavoro è superiore che parte dell'opinione pubblica erroneamente attribuisce agli insegnanti.

In questo momento così delicato per la scuola e in generale per la società italiana, momento di grande mobilitazione da parte di tutte le componenti della scuola e dell'università, ci sentiamo particolarmente coinvolti, sia in quanto cittadini sia in quanto lavoratori e operatori nell'ambito dell'educazione e della conoscenza. A questo proposito riteniamo che sia opportuno che i docenti riaffermino il valore della loro funzione professionale e culturale, riflettendo ed esprimendosi su quanto accade proprio a partire dalle loro specifiche funzioni e competenze.

Siamo parte integrante del mondo della scuola, lo viviamo e contribuiamo alla sua creazione ogni giorno, siamo soggetti attivi, consapevoli e capaci di interpretare il ricco contesto in cui agiamo, non meri esecutori di direttive burocratiche, per quanto anche il compito dell'amministrazione implichi margini significativi di creatività e iniziativa.

Per questa ragione ci sembra fondamentale che i docenti dicano la loro sulla politica della scuola e che contribuiscano a elaborare critiche e proposte. Si tratta, insomma, di un fondamentale atto di democrazia e di affermazione del proprio compito, senza nulla togliere ai compiti e alle funzioni specifiche degli organi di governo, dei partiti, dei sindacati di settore etc.

La protesta di questi giorni è – a nostro giudizio – anche il frutto di un atteggiamento di chiusura preventivo, che peraltro non è stato nemmeno corretto da credibili inviti al dialogo. Certo, è difficile per il Ministro dialogare su qualcosa che è già stata deciso e che si ritiene inderogabile.

Tuttavia crediamo che si possa e si debba ancora discutere, senza fingere che non vi siano punti spinosi e problemi da risolvere nel sistema scolastico del nostro paese. Bisogna dunque trovare il modo per attivare il confronto pubblico, in tutte le sedi opportune, in primo luogo dentro la scuola.

Approvato all'unanimità

Bagheria 29 ottobre 2008

09/11/08

A CONFRONTO

Mi pare regni la più assoluta confusione.
Si demolisce l'impianto dell'ex Decreto Gelmini (l'avevo detto in tempi non sospetti, io), ora convertito in legge, senza provare a indicare opzioni alternative; si criticano tout court tutte le leggi legate all'istruzione avendone dimenticato, o non conoscendone, i contenuti; si intende, occupare, cogestire, fare sit-in, manifestare e far fiaccolate avendo perduto di vista gli obiettivi. Se io potessi suggerire qualcosa di concreto inizierei a leggere, o rileggere, i testi di tutte le leggi di riforma riguardanti la scuole e/o l'università per iniziare a capirci qualcosa e poi, sulla base di schemi o c-map, provare a suggerire delle alternative sia al ministro che a tutti gli organi di riferimento.

Qui si può trovare un esauriente elenco sulle riforme scolastiche. Forse la Gelmini, Tremonti, Berlusconi e i loro staff non hanno avuto il tempo, la voglia, la necessità, il rigore, l'esigenza di leggere tutto questo fiorire di riordini e riforme ma se oggi bisogna cambiare qualcosa, seriamente, allora bisogna creare dei comitati di lettura, di sintesi e di critica disposti a riprendere in esame tutta la struttura delle riforme scolastiche, estrapolare quanto di buono (oggetivamente) sia possibile esperire da esse e buttare nel cestino il resto. Forse questo può essere un buon tema per la cogestione. Il resto è noia.

20/10/08

CARI PROFESSORI



Forse ci si prende troppo sul serio, forse si crede di essere troppo avanti. Oppure, forse, è il caso di ascoltare le parole di un poeta, cantate da un'interprete molto brava.

18/10/08

NE VOGLIAMO PARLARE?

I tempi sono strettissimi per le elezioni dei consigli, di classe e d'istituto. NVP? Sono venuto a conoscenza, giovedì, della necessità di una votazione suppletiva per la consulta provinciale. NVP? Penso che sia arrivato il momento di non prendere sottogamba queste elezioni, e dare voce alle proprie necessità ed esigenze con domande chiare e precisi fatti. NVP? Vogliamo essere parte attiva nel dibattito sulla scuola, e sul nostro istituto, e sui problemi di ogni plesso. NVP?

Attendo impaziente!!!