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17/09/11

IL COMMA 5

Le leggi cambiano, vengono riscritte, rimodulate, trasformate per adeguarsi, spesso, ai tempi, alle condizioni culturali di un'epoca e di un popolo. Non è detto che cambino sempre in meglio ma, insomma, sono lo specchio di quel tempo. La storia recente ci ha insegnato che cambiano anche i contratti di lavoro e le modalità di approvazione delle norme. Il mio lavoro, per esempio, per quanto ne so, è regolato da un contratto nazionale che ha definito nel tempo alcune modifiche formali e altre sostanziali. L'originale è il CCNL Comparto Scuola del 4 agosto 1995, modificato dal CCNL Comparto Scuola del 26 maggio 1999. Non voglio farla lunga, per cui mostro un solo comma: riguarda una accezione della funzione docente (in origine: Titolo III, Capo II, Sezione II, Art.38, Comma 5; oggi: Titolo I, Capo IV, Sezione II, Art.23, Comma 5).

Originale

5. I docenti, nella loro dimensione collegiale, elaborano, attuano e verificano, per gli aspetti pedagogico-didattici, il progetto di istituto, adattandone l'articolazione alle differenziate esigenze degli alunni e tenendo conto del contesto socio economico e culturale di riferimento.
Modifica
5. In attuazione dell’autonomia scolastica i docenti, nelle attività collegiali, elaborano, attuano e verificano, per gli aspetti pedagogico–didattici, il piano dell’offerta formativa, adattandone l’articolazione alle differenziate esigenze degli alunni e tenendo conto del contesto socio-economico di riferimento.

Spero che la differenza sia chiara, perché a me non va di commentare.

16/09/11

L'AULA


Due giorni fa, ore 9:00, ho scattato la foto della bellissima aula magna del Liceo Croce di Palermo: larga, alta e profonda, ma anche affrescata e restaurata. Uno spazio comune di lavoro, e di rappresentanza. Oggi, ore 8:00, mi sono trovato a condividere uno spazio comune, stesso Liceo, con 28 ragazzi prossimi alla maggior età. Eravamo tutti nella stessa aula, esposta ad est, senza possibilità di essere oscurata, e respiravamo assieme l'aria di un'area insolitamente esigua rispetto al numero di persone presenti. Diciamo pure che gli standard minimi di sicurezza, oltre che di igiene e salute, sforavano oltremodo. Per 29 persone sarebbe stata necessaria un'aula di almeno 55 metri quadri, oppure grosso modo di 7 metri per 9, con congrui spazi di fruizione tra i banchi, per raggiungere l'uscita in caso di necessità. Non era così. Spero che qualcuno abbia il buon senso di organizzare le aule (luoghi) in funzione delle classi (gruppi di persone), altrimenti mi propongo già da adesso per una sana obiezione di coscienza per non utilizzare spazi pubblici illegali e/o non rispondenti ai requisiti prescritti dalle normative vigenti.

15/09/11

IN SALITA


Ho fatto un calcolo approssimativo: ogni anno ho a che fare, nel mio lavoro stipendiato (che non coincide coi miei lavori di puro piacere), con una popolazione, tra docenti, studenti e personale vario, di circa 300 persone. Ovviamente è un calcolo al ribasso, perché dipende dalla dimensione della scuola, dagli allievi per classe e dalle sovrapposizioni di docenti nei vari consigli e collegi. Un numero considerevole, però, a cui corrispondono volti e nomi che io avrò seria difficoltà a memorizzare. Anzi, non me li ricordo proprio. Solo lo scorso anno, per memorizzare i nomi di una decina di studenti per classe e due o tre insegnanti ci ho messo mesi: poi è arrivato giugno, eccetera. Tutto in salita. Tranne che io non crei appositi gruppi classe su feisbuc per imparare ad associare volti a nomi, magari chiacchierando di politica o di cinema: vuoi vedere che il network si possa rivelare efficace?

14/09/11

LA MIA RAZZIONE

Arrivo a scuola con lo scooter, quello che a Palermo chiamano il motore con una graziosa sineddoche. Arrivo e parcheggio dove capita. La fantasiosa area di parcheggio del Liceo Dolci, sede centrale, mi accoglie con l'imprinting letterario di un amante che riflette sull'amore. Alla foto mancano due lettere, ma il senso è chiaro: l'amore non è razzionalità. Mi spiace per il correttore automatico del blog, ma devo forzare l'errore per farlo accettare. Mi piace la doppia z rafforzativa, e la frase successiva che rafforza il concetto precedente. Quella parete non crollerà mai per quanto è stata "rafforzata", il mio motore è al sicuro. Come lo è nell'area dedicata al parcheggio scooter del Liceo Croce, sede centrale: è l'interno della Chiesa S. Giovanni di Dio, costruita nel 1663 dai padri Benfratelli e distrutta nel 1943 da un bombardamento aereo. Fino ad ora ho lasciato riposare il motore accanto ad una delle otto cappelle laterali; da domani, quando tutti vorranno inveire per la loro area di parcheggio dovrò astenermi, probabilmente. Poco importa, la mia "razzione" l'ho avuta.

13/09/11

I MIEI DATI

Secondo giorno. Bisogna ricordarsi di "prendere servizio", ogni scuola invita i propri docenti a prendere servizio compilando mucchietti di carta, ogni volta uguali e ogni volta diversi. Ogni scuola riflette, come in un caleidoscopio, frammenti di inefficienza di un sistema centrale che regola (o sregola) la vita dei singoli istituti mentre, al tempo stesso, non riesce a ottimizzare procedure e burocrazie spesso inutili, oppure duplicati e ripetizioni di altre burocrazie e procedure. Ritengo che, una volta entrato nel sistema del pubblico impiego (anche se non penso all'insegnamento come ad un semplice impiego), i miei dati, fin tanto che io non chiedo di aggiornarli, siano acquisiti dal mio datore di lavoro che è il Ministero della Pubblica Istruzione (mentre il mio datore di stipendio è il Ministero delle Finanze). Il mio datore di lavoro, una volta che mi ha consentito di accedere ufficialmente al "ruolo" di insegnante, ha preteso, giustamente, che io gli dessi tutti quei dati utili a riconoscermi come persona fisica, a collocarmi fiscalmente e retributivamente, ad individuarmi attraverso una codificazione dei miei dati, più o meno sensibili, e delle notizie relative al mio status quo. Io ho dato tutte le notizie richieste. Ogni anno io continuo a dare, grosso modo, sempre le stesse notizie in tutte le scuole in cui vado ad insegnare come se, ogni anno, io fossi un illustre sconosciuto. E invece no, ogni anno, anzi, ogni mese, in virtù di quelle notizie che io ho dato, continuano a pagarmi uno stipendio, a testimonianza che io ancora esisto, lavoro da qualche parte e i miei dati sono stati acquisiti a livello centrale. A me pare un inutile spreco di risorse, materiali e immateriali, ogni anno, continuare a riempire scartoffie, collocarle in carpettine che portano sopra il mio nome facendo finta (loro, io, tutti) che quei dati siano sempre nuovi e sempre diversi: non è così.

31/08/11

IL DOCENTE DOPATO

L’argomento è tedioso e di poco interesse per cui si dispone indisposto per il target bloggarolo. Altresì, per molti aspetti, va raccontato, altrimenti non si comprende a quale grado di alterazione dei rapporti di forza è arrivata una certa amministrazione pubblica. Io sono un insegnante di secondaria superiore, ogni anno appronto un programma di storia dell’arte che cerco di svolgere in maniera disciplinata ma originale, per quel che posso e per quanto so. Purtroppo in Italia si studia sempre meno storia dell’arte e sempre più inglese, mentre i migliori libri di storia dell’arte italiana sono scritti da studiosi inglesi. Casi della vita! Ogni anno ogni insegnante di ogni scuola di ogni ordine e grado è costretto a compilare una domanda di trasferimento presso la medesima o altra scuola. Ripeto, trasferimento anche presso la stessa scuola: puro teatro dell’assurdo. Comunque, questa domanda da quest’anno è stata informatizzata a livello centrale e viene compilata direttamente su un format on line del Ministero. Bisogna registrarsi, attendere che la procedura di registrazione vada a buon fine, farsi dare l’ok dalla propria scuola e poi sarà possibile compilare la richiesta.

A me quest’anno è andata così: compilo la domanda ministeriale, chiedendo il trasferimento ad altra sede rispetto a quella in cui ho lavorato. Dopo qualche mese la mia sede di titolarità (la mia scuola) mi comunica che, nonostante io sia l’unico insegnante di storia dell’arte di quella sede, sono un “perdente posto”, cioè non si è formata una cattedra di insegnamento in quella disciplina per l’esiguità di ore di insegnamento disponibili: perdo il posto di insegnante pur essendo l’unico docente di quella disciplina (Ionesco non avrebbe potuto nemmeno immaginarla una cosa così). Ma, proprio per l’assurdità della situazione, questo è un elemento a mio favore, pensa tu. Ovvero, visto che sono “perdente posto” posso ricompilare una seconda domanda di trasferimento, anche non dissimile alla prima, che sostituisce la precedente e mi mette in una certa condizione di priorità rispetto ad altri. Traduco: la prima domanda era volontaria (cioè, apparentemente volontaria: mi si costringe a scegliere delle sedi mostrando la richiesta come una mia scelta), la seconda è legata ad un evento indipendente dalla mia volontà. E siccome sono “costretto” a cercare una nuova sede perché la mia scuola mi dice “il tuo posto non c’è più”, l’amministrazione scolastica centrale (pur rispettando altre priorità normative e sindacali) mi darà la chance del docente costretto a cercare una nuova sede perché formalmente “licenziato” dalla propria sede: sono in corsia d’emergenza.

Attendo, quindi, il responso. Il meccanismo, peggio delle matrioske, è piuttosto articolato, per non dire complicato. Bisogna, innanzitutto, attendere che tutte le scuole dispongano gli organici (quanti studenti, quante classi, quanti docenti) e li comunichino ai loro uffici provinciali. I dati vengono aggregati a livello provinciale, regionale, nazionale per rispondere alle eventuali richieste di trasferimento presso la propria sede, entro il proprio comune, entro la provincia, fuori provincia, fuori regione: le risposte arriveranno per cerchi concentrici, dal più vicino al più lontano. La roulette russa inizia a gennaio e si protrae fin dopo la fine della scuola, diciamo fino a giugno inoltrato. La risposta arriva, infine, subdola, così: “Gentile Insegnante - bla bla bla - L'esito che segue prospetta quanto elaborato dalle procedure automatiche del Sistema Informativo del Ministero alla data del 13 luglio ed è conforme alle informazioni riportate negli elenchi ufficiali pubblicati dagli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali - ancora bla bla bla, e poi, su un vassoio di Limoges - Le comunichiamo che, per l'a.s. 2011/2012, ha ottenuto il Trasferimento d’ufficio presso la scuola PASS000XY6 - Dotazione organica provinciale di Palermo”.

La mia corsia preferenziale mi ha fatto, dunque, “ottenere” un trasferimento che non ho richiesto: pensate che fortuna! Non me l’aspettavo, ed eccolo lì il mio “trasferimento d’ufficio”. Qui il binomio Ionesco e Kafka avrebbe i favori della critica: ho ottenuto, non richiesto, un trasferimento d’ufficio. Dopotutto, chi richiederebbe, potendo scegliere, un trasferimento d’ufficio? Lapalisse sverrebbe. Ma non basta: il trasferimento ottenuto è presso una “dotazione organica provinciale”: cos’è? Su Wikipedia c’è scritto: “DOP o Dotazione organica provinciale: il docente viene assegnato di volta in volta per coprire eventuali assenze, come una sorta di supplente perenne”. In realtà la dotazione organica è una specie di area di parcheggio, un limbo o un pianerottolo intermedio su cui non si affacciano porte: i docenti “dopati” vengono collocati lì perché, nella sostanza, non ci sono posti che li possano accogliere, o non ancora. Aspettano, fischiettano, si guardano intorno, si sorridono tra di loro, si scambiano i silenzi e gli sbuffi, ma non sanno dove andare, e cosa fare: dop! Allora mi reco presso gli uffici provinciali a cui verrei trasferito d’ufficio, ottenendo quel che non ho richiesto. Dopo una coda nemmeno tanto lunga entro in una stanza in cui incontro, nientepopodimenoche, il signor Malaussene. Roba da non crederci, ma vi assicuro che era proprio lui. Stava lì, aspettava le domande, le critiche, le bordate di ogni genere, e poi annuiva, faceva spallucce, sospirava, diceva di sì con il capo, in automatico, dava ragione a tutti, e poi diceva meccanicamente “bisogna aspettare” e mi spiega in due parole che, manco a dirlo, questo trasferimento nel nulla apre ad ogni possibilità, heideggerianamente. Che culo! Ma-la-u-sse-ne, di fronte a me e nemmeno l’autografo gli ho chiesto.

Dieci giorni dopo, colpo di scena: non solo dop, la mia classe di concorso è in esubero. Riassumo: chiedo trasferimento “volontario”, sono “perdente posto”, richiedo trasferimento da perdente posto, entro in corsia preferenziale, ottengo un trasferimento d’ufficio in un posto che non ho richiesto e, prima del caffé, mi si dice che nel posto in cui sono stato trasferito sono di troppo, assieme a tanti altri. Wow! Devo assolutamente chiedere lumi a qualcuno, e allora torno nell’ufficio di Malaussene, deciso e preparato questa volta per chiedergli l’autografo. Sono un pugno di nervi al pensiero di reincontrarlo, ecco, è il mio turno, entro. Non c’è. Al suo posto una signora di mezza età che dà le risposte giuste a domande ben poste, o in alcuni casi corregge anche le domande. Da una parte sono deluso, dall’altra contento che ci sia qualcuno che abbia una reale competenza sull’argomento. Questa volta ho solo due possibilità che si chiamano: “utilizzazione” e “assegnazione provvisoria”. Cioè, non verrò trasferito ma utilizzato: mi balena l’immagine dell’utilizzatore finale del poeta padovano Ghedini, e penso a chi potrebbe utilizzarmi. Lasciamo perdere. Traggo, invece, dal web domande e risposte che diradano alcune foschie in merito: utilizzazione e assegnazione provvisoria permettono al docente di “trasferirsi” per un anno scolastico in altra scuola (anche di altra regione), mantenendo la titolarità nella sede di appartenenza. E poi, gli utilizzi precedono le assegnazioni, in quanto l’utilizzo deve garantire al docente la sistemazione per l’anno scolastico successivo, l’assegnazione no.

Questa volta è facile: richiedo utilizzazione vicino a casa, visto che lo scorso anno avevo ottenuto un trasferimento d’ufficio in una sede a 45 chilometri da casa. Deposito la mia domanda il 28 luglio e attendo il decreto ufficiale. Il 9 agosto vengono pubblicate le graduatorie relative a quella domanda, a occhio e croce ci sono più di 300 persone nelle mie stesse condizioni, in varie classi di concorso, e la stima è per difetto. 300 sul pianerottolo a fischiettare, sorridersi e annuire verso il nulla: in fondo in fondo, il varco delle Termopili. Tranne i giorni che vanno dal 13 al 15 agosto, il Centro dei Servizi Amministrativi di Palermo, da cui dipende l’ambaradan, ha pubblicato su internet, tolti sabati e domeniche, da una a sette informative sulla situazione dei posti per docenti dei vari gradi e personale scolastico ata e amministrativi: ovvero, un ufficio che, nel suo complesso, ha prodotto una certa mole di lavoro. Tranne che per i 300 di cui sopra. Finché, finalmente, ieri il capintesta Leone, dirigente generale dell’ufficio, si è esibito in un doppio salto mortale che dice così (testualmente): “Si comunica che il personale docente che ancora fosse in attesa di conoscere la sede di utilizzazione e/o di assegnazione provvisoria dovrà assumere servizio il giorno 1° settembre 2011 nella attuale sede di titolarità e/o di servizio (docenti senza sede, DOP e DOS)”, che, tradotto nello slang quotidiano, va letto così: “Quest’anno abbiamo scherzato, torna a lavorare dove stavi lo scorso anno: riprova, sarai più fortunato”. Non capisco la quadra: quella scuola mi ha detto che lì sono perdente posto e io torno a lavorare lì, in un luogo che non può darmi interamente il posto che mi spetterebbe? E poi, pur perdendoci, il posto non dovrebbe essere rivelato dalla graduatoria: altrimenti, che senso avrebbe aver perso del tempo per compilarla? A conti fatti, dunque, non ci ho capito nulla.

Non ho capito la domanda informatizzata, la graduatoria scolastica, la ridomanda, le verifiche, la collocazione dop, l’esubero del posto, la riridomanda, la graduatoria, il non lavoro dell’ufficio, la dichiarazione del dirigente, il ritorno ab origine. Mi pare un lavoro da pazzi, a perdere, giusto per far passare tempo e occupare in qualche modo il personale degli uffici: il termine del nostro tempo è “intrattenimento”. Se il trend è questo, però, ogni anno andrà sempre in scena la stessa farsa, con sempre meno pubblico e sempre più attori: e come faremo quando non si potrà far altro che riempire la sala con gli attori e il personale di scena? Mi pare che, in tal senso, non ci venga prospettata alcuna soluzione e che si vada a naso, senza strumenti, nella nebbia, sempre più fitta. Si cincischia, intanto, si perde tempo, si allestiscono Pof sempre più tergiversanti, si misurano le qualità organolettiche dei metodi di insegnamento con le Invalsi. Ma, di più, non ho capito che senso abbia tutta questa ammuìna che ogni anno si mette in scena: perché un’azienda enorme come la scuola ogni anno deve far cambiare personale alle proprie sedi (da che parte sta il vantaggio)? Perché bisogna ogni anno mostrare agli allievi di questa amministrazione pubblica metodi di studio, criteri di valutazione e insegnanti sempre diversi? Perché dopare l’ultima frontiera del pensiero pulito?

29/09/10

Scrive Saviano

"Nella società del gossip si viene colpiti uno per volta, e noi siamo spettatori spesso incapaci di decodificare gli interessi costituiti che stanno dietro l'operazione, i mandanti, il movente.

Eppure la questione riguarda tutti, perché mentre la macchina infanga una persona denudandola in una sua debolezza e colpendola nel suo isolamento, parla agli altri, sussurrando il messaggio peggiore, antipolitico per eccellenza: siamo tutti uguali, dice questo messaggio, non alzare la testa, non cercare speranze, perché siamo tutti sporchi e tutti abbiamo qualcosa da nascondere. Dunque abbassa lo sguardo, ritraiti, rinuncia.

Come si può spezzare questo meccanismo infernale, pericoloso per la democrazia, e non solo per le singole persone coinvolte? L'antidoto è in noi, in noi lettori, spettatori e cittadini, se preserviamo la nostra autonomia culturale, se recuperiamo la nostra capacità di giudizio.

L'antidoto è nel non recepire il pettegolezzo, nel non riproporlo, nel non reiterarlo. Nel capire che ci si sta servendo di noi, dei nostri occhi, delle nostre bocche come megafoni di pensieri che non sono i nostri. Nel non passare, come fanno molti addetti ai lavori, le loro giornate su siti di gossip che mentono a pagamento, che costruiscono con tono scherzoso la delegittimazione, che usano informazioni personali soltanto per metterti in difficoltà.

È il metodo dei vecchi regimi comunisti, delle tirannie dei paesi socialisti che volevano far passare i dissidenti per viziosi, ladri, nullafacenti, gentaglia che si opponeva solo per basso interesse. Mai come nell'Italia di oggi si trova realizzato nuovamente, anche se con metodi differenti, quel meccanismo delegittimante."

24/06/10

IN OGNI LUOGO



Questa, io la definisco una immagine "topica". Il termine "topico" è un'espressione filosofica, parte della logica e della retorica, ed indica un'argomentazione che si riferisce in modo specifico alla tesi che si intende dimostrare. Si può notare, nella fotografia (scattata di recente), la disposizione di banchi in un corridoio tipica di una sessione plenaria di esami, in una qualunque scuola di dovunque. Il termine "topico" ha poi la radice in topos, parola greca che indica una caratteristica di una determinata cosa o di uno specifico argomento (e letteralmente può anche significare "luogo"). L'immagine dimostra uno stato di cose, lo fa vedere senza pregiudizi: dice. Favorite immaginare (citando Morley) lo stesso luogo, il topos della foto, nel momento in cui quelle sedie e quei banchi vengono occupati. Un attimo prima nulla, un attimo dopo... Salta agli occhi la posizione e la disposizione degli elementi che riempiono l'immagine. In fisica il vettore posizione serve ad individuare un punto in un sistema cartesiano, in un topos cioè. La cosa posizionata occupa una certa porzione di spazio, porzione per sé misurabile. La disposizione individua, invece, l'atto del collocare elementi di un tutto in una certa maniera, che non è solo posizionarli ma scegliere la modalità per dare alle cose un certo ordine. Tanto che in termini giuridici il termine disposizione è utilizzato, nel suo significato più generale, come sinonimo di norma. La posizione colloca, la disposizione regola. Insomma, l'immagine mostra sedie e banchi collocati in un certo luogo e disposti volutamente in quella certa maniera. Evidentemente tale disposizione deriva da una necessità che, altrettanto evidentemente, non pone alternative: cioè, non ci sono altre soluzioni possibili se non quella che si vede in foto. Possibile? Eppure tale mancanza di alternative rende quel luogo, una volta riempito di individui, sensibile ad imponderabili rischi visto che la voluta, o dovuta, collocazione di sedie e banchi va ad ostruire una scala, ipotetica via di fuga da quel luogo. Ma qui si affrontano topoi inclassificabili, nonostante la retorica classica spieghi che essi erano utilizzati per rispondere a determinati quesiti (chi, che cosa, perché, come, quando, etc): la sicurezza di un luogo non attiene l'attività di chi vi svolge la propria opera bensì altri che, conto terzi, si assumono rischi ma non danni. Ora, però, l'evidenza appartiene a chi guarda, e guardando si fa un'opinione di quel che gli si pone innanzi. Chi difende la sicurezza di quel luogo, e l'incolumità dei suoi temporanei abitatori: quello che nota l'ostacolo e lo rimuove o quello che accetta la disposizione come una norma?

01/04/10

CARTE FALSE

Descrivo quello che vedo. Una porta che conduce ad un corridoio. Meglio. Una porta metallica che conduce ad un corridoio piuttosto stretto. Oppure. Una porta di servizio che consente una uscita di servizio, visto che come ingresso è piuttosto risicato. Posto che il corridoio di servizio porti a una cantina privata ci sarebbero una serie di problemi (per via degli eventuali ingombri da tenere in considerazione) ma, comunque, essendo un accesso privato ad un locale privato, tutto sommato, ognuno può fare, grosso modo, quel che vuole a casa propria.
Entro nel merito di quel che vedo. Questo non è un accesso privato ad un locale privato, no. Piuttosto un accesso pubblico (meglio identificato come "uscita di sicurezza") ad un locale pubblico o a qualcosa che tale dovrebbe intendersi: una scuola. Certo, dovremmo anche intenderci sui requisiti igienici e di sicurezza che dovrebbero avere le scuole per essere tali, visto che vengono disattesi in primis dal Ministro dell'Istruzione (ho tralasciato appositamente il termine "Pubblica"), ma questo varco non può essere in alcun modo assimilato a qualcosa che serva a inoculare centinaia di persone all'interno, o verso l'esterno, di un edificio "scolastico".
Lo è.

05/01/10

CONTRIBUTI?

Il video, proveniente da skuola.net, è quasi casalingo. Se lui, il ragazzo, la smettesse di muovere con ostentazione il braccio mentre parla farebbe un servizio migliore agli utenti. Ma le cose che vengon dette la dicono lunga sul rapporto tra scuola, studenti e tasse, o contributi scolastici. Io non penso che siano inutili tali contributi, a patto che sia chiaro e trasparente in che modo e per quali servizi vengano utilizzati.

17/11/09

27 MARZO 1993

Ringrazio Mila della sponda, che rilancio anche attraverso il mio blog. L'articolo da lei ritrovato ricuce dati che altri avevano smarrito o volutamente dimenticato. Le nostre scuole sono prodighe di progetti pof, por e pon, sulla legalità, addio pizzo, contro le mafie e altre leccornie perniciose ma succulente tese ad oscurare quello che il buon senso tende a non far emergere: gli edifici scolastici appartengono alle mafie.

Lucio Luca
IN AFFITTO DAI CLAN LE SCUOLE DI PALERMO
Repubblica — 27 marzo 1993

"Sulle scuole pubbliche di Palermo c'è la lunga mano di Cosa Nostra. E il mercato miliardario degli affitti è monopolio di alcune società immobiliari che rappresentano anche interessi mafiosi. Due di esse possono contare, da sole, su 23 delle scuole date in affitto dal Comune". Una denuncia forte quella del deputato del Pds Pietro Folena che ieri ha introdotto la lunga audizione davanti alla commissione parlamentare Antimafia del presidente della Regione Siciliana Giuseppe Campione, del sindaco dimissionario di Palermo Manlio Orobello e del presidente della Provincia Francesco Caldaronello. Più di cinque ore di lavoro per discutere della situazione edilizia scolastica palermitana. "Nessun appalto sfugge alle irregolarità - dice Pietro Folena, per anni segretario del Pds siciliano -. Il Comune di Palermo, ad esempio, spende 16 miliardi all'anno per affittare decine di scuole pubbliche della città. E il cinquanta per cento dei costosissimi edifici non ha i requisiti igienici e di stabilità richiesti dalla legge". Ma il dato più sconcertante, secondo Folena, è legato ai rapporti che il Comune ha instaurato da decenni con società immobiliari in odor di mafia. "Già nel 1972 la commissione parlamentare aveva lanciato un grido d'allarme. La relazione Cattani aveva denunciato che la maggior parte dei proprietari degli edifici scolastici pubblici era legata a uomini di Cosa Nostra. E' il caso, per esempio, dei titolari delle immobiliari Strasburgo e Leonardo da Vinci: si tratta - continua Folena - dei fratelli Vincenzo e Giacomo Piazza, indiziati mafiosi, imprenditori edili legati ai boss Pietro Torretta e Salvatore Bonura. Eppure, malgrado le considerazioni della relazione Cattani, le immobiliari dei fratelli Piazza continuano a controllare il mercato degli affitti". Ma esistono altri casi clamorosi: la Cavina dei fratelli D'Arpa, la Cositur dei Salvo di Salemi e del costruttore Francesco Vassallo, che già nel '72 veniva definito "compromesso con la mafia". Società che intascano ogni anno diversi miliardi dal Comune di Palermo per l'affitto di edifici assolutamente inadeguati per accogliere migliaia di studenti. "Nel corso degli anni - aggiunge Folena - si è sviluppato un meccanismo inquietante di morosità da parte del Comune: l'amministrazione pubblica ha consentito, ma forse sarebbe meglio dire ha favorito, che il proprietario aumentasse i canoni. Il tutto per fare affluire un fiume di denaro nelle casse di imprenditori molto chiacchierati". Secondo Folena, dunque, esisterebbe "una cupola, una centrale unica collegata a Cosa Nostra, che controlla le scuole di Palermo e della provincia". E il deputato del Pds fa alcuni clamorosi esempi: quello dell'Istituto d'Arte di Bagheria, proprietari i fratelli Sciortino, indiziati mafiosi con precedenti per truffa alla Cee. Il Comune ha pagato ben 4 miliardi e mezzo per l'acquisto di locali fatiscenti. E poi il caso dell'Iti Volta di Palermo, la scuola più grande della Sicilia con oltre 2800 studenti e 300 professori: l'immobile è di proprietà dei fratelli Teresi, anch'essi molto chiacchierati, ai quali viene pagato un canone annuo d'affitto di ben 3 miliardi e mezzo.
Pietro Folena ricorda che la legge Falcucci dell'88 prevedeva la costruzione di 40 nuove scuole pubbliche. Dopo cinque anni sono cominciati i lavori di solo quattro edifici: "Un modo per evitare la costruzione di nuove scuole - dice Folena - e consentire alle immobiliari di percepire i miliardi elargiti dall'amministrazione pubblica per gli affitti". Folena lancia dunque una proposta: "E' tempo che venga nominata ad hoc un'autorità unica per le scuole che nel giro di sei mesi possa risanare un settore dominato da interessi poco chiari".

16/11/09

NELLE MANI DI CHI?

Trasmissione televisiva Report, 15/11/2009, riporto un passaggio che ho trovato particolarmente interessante.

"Paolo Mondani (giornalista Report):
Alla fine degli anni ’90, i beni di Francesco Zummo e del figlio Ignazio subirono un sequestro preventivo e un altro per misure di prevenzione che continua ancora oggi. Dopo la condanna con Vito Ciancimino, gli Zummo hanno subito un altro processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Condannati in primo grado, assolti in appello, stanno attendendo la pronuncia della Cassazione. Elio Collovà è l’amministratore che il Tribunale di Palermo ha messo a gestire tutti i beni degli Zummo sequestrati.

Elio Collovà

Ci sono delle scuole che sono in locazione al Comune di Palermo e alla Provincia di Palermo, c’è un immobile in Via dell’Olimpo a Mondello, c’è un complesso edilizio di grandi dimensioni ed un altro sempre sul Viale Regione Siciliana che è in locazione alla Tim. Un edificio di grandi dimensioni e di grande valore che si chiama Mulini Virga perché era la sede di un vecchio pastificio, per altro molto rinomato nella città di Palermo."

La situazione è proprio questa. Molte scuole palermitane, aperte, in funzione, con centinaia di ragazzi dentro, di tutte le età, ma in uno stato a dir poco delirante, appartengono alla famiglia Zummo a cui Comune e Provincia pagano regolarmente l'affitto che temporaneamente va sui libri amministrativi del dott. Collovà. Sono scuole in cui è difficile che vi siano lavori di ristrutturazione e per le quali uffici, e dirigenti, pubblici sono restii ad intervenire per sanare lo stato di degrado e di insicurezza in cui si trovano. Il che, tradotto terra terra, significa: chi se ne frega della normativa vigente (antisismica e antincendio), se volete la scuola ci dovete stare e accettarla così com'è.

Qualche dettaglio? Io non dirò certamente che in queste scuole ci sono parti in cui sono presenti cospicue superfici d'amianto, come non dirò che le uscite e le scale di sicurezza sono chimere irraggiungibili. Non dirò che le richieste di presidi e dirigenti per la riqualificazione degli istituti sono allineate e accumulate sugli scaffali degli uffici competenti al Comune di Palermo e presso gli uffici analoghi della Provincia Regionale. Non dirò nemmeno che chi sapeva qual'era lo stato delle cose negli anni passati si è ben guardato dal proferir parola, alla faccia della sicurezza e dell'igiene. Certo, poi passano le circolari sull'influenza A e si fanno (ma quando?) le esercitazioni di evacuazione dagli edifici: ma quello serve alle operazioni di facciata.

Nel frattempo la famiglia Zummo riceve le prebende pubbliche dagli organi competenti...

11/11/09

CE NE LAVIAMO LE MANI?

Per fare prevenzione sul virus N1H1vA (influenza suina) e altri virus, batteri e parassiti (pediculosi), non è sufficiente lavarsi le mani spesso ma, visto che la propagazione è di tipo aerea (respiro e starnuti), è importante avere, nelle aule, la cubatura di aria e la distanza sufficiente per evitare il contagio. Sia il DM Istruzione iniziale (331/98) e quello (141/99) di formazione delle classi, sia l'ultima circolare del Ministero PI nr.63 del 6/7/09 e il DPR nr.81 del 20/3/09 art.3 (Rete scolastica), sulla formazione delle classi, sono molto chiare! Bisogna tenere conto della grandezza effettiva delle singole aule ove collocare un adeguato numero di allievi secondo gli indici previsti.

Da questo emerge chiaramente chi è inadempiente, per la prevenzione di cui sopra? Il dirigente scolastico (che nella formazione delle classi non tiene conto dell'indice di massimo affollamento previsto, ovvero 1,80 mq netti per alunno per scuole dell'infanzia, primarie e secondarie di 1° grado e 1,96 mq netti per alunno per le scuole secondarie di 2°grado) o il suo superiore che dirige l'Ufficio Scolastico Provinciale? Ma, se il dirigente dell'USP (o del CSA), o chi per lui, organizza le classi in funzione di aule sottodimensionate, è bene che lo si faccia notare e in questo gli alunni (nelle loro forme di rappresentanza), i docenti (in quanto lavoratori), i genitori direttamente interessati, sono soggetti attivi ai quali deve far scaturire allarme o, perlomeno, disagio civico sapere che nella scuola italiana, o in specifici istituti, non vengano rispettate le leggi, le indicazioni tecniche, le normative vigenti.

Io suggerisco di approfondire la questione ai links A e B e, per chi vuol passarsi il tempo, di compilare il seguente form. Volete vedere che passeranno quintali di sapone prima del suono della campana?

06/11/09

COME SI VESSA UN PRECARIO

Forse la cosa non sarà comprensibile a tutti, ma tutti avranno il buon senso di fare attenzione a quello che qui riporto testualmente da una email che ho ricevuto. L'ennesimo caso di vessazione dei precari in una situazione complessiva di per sé esplosiva: un vero far west degli albori, banditi al posto degli sceriffi e regole che cambiano in corso d'opera, mentre si cerca di sostenere civilmente disagi e asperità.

"Oggi al Provveditorato di Palermo (USP per gli addetti ai lavori), sono state fatte delle grandi porcherie, in una sua nota Maria Pia accenna a qualcuna di esse. Ma le peggiori, come sempre, le hanno fatte nell'area Ad03 (tecnica) di sostegno.
In calendario nessuna cattedra, in realtà ne nascondevano una a San Giuseppe Iato che l'USP voleva che venisse trasformata in AD02 (umanistica)(questo a riprova che la divisione in AREE è inutile e si presta a strumentalizzazioni da parte di chi vuole decidere delle vite dei docenti dando a qualcuno e togliendo a qualche altro senza santi in paradiso, o che ai santi non vuole ricorrere per rigore morale) dove già c'erano previste in assegnazione 6 cattedre, che così sarebbero diventate ben 7, pena la non assegnazione (com'è avvenuto).
Nonostante ci fosse un fax del Preside che richiedeva questa Area di sostegno AD03 non l'hanno voluta dare a Daniela Monteleone con 124 punti, la prima tra gli aventi diritto. In psicomotoria hanno assegnato oggi l'ultima cattedra ad un docente con soli 55 punti in graduatoria, che è andato via tutto gongolante e sorridente.
Padalino & Co. prima hanno detto che non c'era nessuna cattedra di area tecnica, poi una volta che Daniela ha fatto presente che era a conoscenza di un fax del Preside della scuola che aveva richiesto tale cattedra, e che aveva visto con i suoi occhi, hanno detto che non c'era nessun fax e poi ancora, una volta sgamati perché il fax c'era, hanno accampato altre scuse: che siccome una docente alle precedenti convocazioni aveva preso uno spezzone di 9 ore aveva diritto al completamento ed essendo assente non potevano dare la cattedra alla Monteleone, ma sarebbero stati costretti a fare un'altra convocazione a novembre per coinvolgere quella docente dello spezzone. Nonostante fosse stato detto che la persona in questione, una certa Serio, non potesse completare perché il suo posto a MARINEO era distante oltre 40 Km. da SAN GIUSEPPE IATO non hanno voluto dare la cattedra a Daniela.
Risultato: la cattedra c'è, ma non l'hanno assegnata e hanno detto che la daranno alla prossima convocazione. DANIELA è distrutta, per questo sto scrivendo io per lei, deve pagare due mesi di affitto arretrato (è stata lei che mi ha chiesto ed autorizzato a scriverlo) ma nonostante la cattedra le spettasse se la sono tenuta ben stretta e chissà che non sparisca tra le pieghe degli imbrogli, come spesso accade nella nostra sporca Italia, e ancor di più in Sicilia."
Lascio i commenti ai lettori...

04/11/09

OGNUNO HA LA SUA CROCE

Notizia dell'ultim'ora: "La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. E' quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo su istanza presentata da una cittadina italiana. Ma il governo italiano ha presentato ricorso e, in caso di accoglimento, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera. Altrimenti la sentenza diventerà definitiva fra tre mesi. Durissime le prime reazioni, soprattutto nel centrodestra tra i cattolici. La Cei e il Vaticano attaccano. Prudente Bersani.

Risarcimento per la donna che ha denunciato. Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia e socia dell'Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti). L'Unione precisa di aver promosso, sostenuto, curato tecnicamente l'iter giuridico, che era già passato da Tar del Veneto, Corte Costituzionale e Consiglio di Stato. Soile Lautsi, infatti, nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme, in provincia di Padova, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule. A nulla erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano debba pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

La decisione della Corte europea. I sette componenti della Corte europea hanno sentenziato che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente segno religioso e, dunque, potrebbe condizionarli. E se questo condizionamento può essere di incoraggiamento per i bambini già cattolici, può invece disturbare quelli di altre religioni o gli atei.

Le reazioni della maggioranza. In attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza, il governo italiano ha già presentato ricorso. Per il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione. Sulla stessa linea il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e quello della Giustizia Angelino Alfano. E' critico il presidente della Camera Gianfranco Fini: Mi auguro che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni, che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana.

L'opposizione. E' cauto il neosegretario del Pd Pier Luigi Bersani: Un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno. Penso che su questioni delicate come questa, qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto. E l'esponente Udc Rocco Buttiglione parla di decisione aberrante.

Il mondo cattolico. Netta anche la reazione della Cei, che in una nota parla di sopravvento di una visione parziale e ideologica. Per l'Osservatore Romano tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani la sentenza colpisce quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del continente europeo. E in serata, a nome della Santa Sede, parla padre Federico Lombardi, secondo cui la decisione rivela un'ottica miope e sbagliata, accolta in Vaticano con stupore e rammarico. Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano.

I precedenti in Italia e Spagna. L'ultimo round dell'annosa polemica sui crocifissi a scuola si era chiuso a febbraio, quando una sentenza della Cassazione aveva annullato una condanna per interruzione di pubblico ufficio nei confronti del giudice Luigi Tosti, colpevole di aver rifiutato di celebrare udienze in un'aula dove era affisso un crocifisso. Fino al precedente che fece clamore del presidente dell'Unione musulmani d'Italia Adel Smith, protagonista di un episodio analogo e che ora commenta: Sentenza inevitabile.

La questione non coinvolge solo il nostro Paese. Duri scontri tra Stato e vescovi sono avvenuti anche in Spagna nel novembre dello scorso anno, in seguito a una decisione di un giudice di Valladolid di far rimuovere tutti i simboli cattolici da una scuola."

03/11/09

RILEVAZIONI INTEGRATIVE

Una cosa così subdola e coercitiva non mi era ancora passata davanti. La chiamano "rilevazione integrativa" e riguarda la raccolta di dati "sensibili", alla faccia della privacy (che conta solo quando tocca il portafoglio o le beatitudini della politica) relativi alla scuola, pubblica e privata. Di che si tratta? Vi lascio alle virgolette ministeriali: "Le Rilevazioni/Dati generali (ex Integrative) sono indagini che annualmente vedono tutte le scuole, statali e non statali, impegnate nella raccolta e comunicazione di dati di particolare interesse (alunni diversamente abili, alunni stranieri, dispersione scolastica...) al sistema informativo centrale.
Il patrimonio informativo del sistema, che è costituito da dati di carattere generale sul personale e sugli alunni, viene così integrato con notizie più specifiche: le rilevazioni diventano, quindi, la base informativa essenziale per il monitoraggio del sistema scolastico educativo ed uno dei riferimenti su cui costruire le politiche scolastiche."

Lo capirei se la scuola fosse uguale per tutti (al proposito, ho già scritto un post sull'argomento poco più di un anno fa), ma non è così: la scuola NON è uguale per tutti. Infatti le rilevazioni si occupano solo di dati fluidi, in movimento, instabili mentre ci sono dati relazionali, stabili e immobili che fanno la differenza e hanno a che fare con lo stato dell'edilizia scolastica, soprattutto al sud, con la gestione, e scarsa aderenza, del testo unico 81/08 sulla valutazione dei rischi negli immobili rispetto alla realtà dei fatti. Chi dice a miss Gelmini che la maggior parte dell'edilizia scolastica è a rischio, che Comuni e Province (nella maggior parte dei casi rilevati, non ultima l'inchiesta di Report su Catania) se ne infischiano che le scuole abbiano una lista di problemi mai risolti, che gli Uffici Scolastici fanno orecchie da mercante dinanzi alle legittime richieste di dirigenti e docenti e che, but not least, molti dirigenti coprono queste situazioni mettendoci sopra chili di cotone emostatico fino a quando l'emorragia non sarà davanti agli occhi di tutti?

Dunque, per legge (dinanzi a questa altisonanza consiglierei una genuflessione), bisogna tener conto delle rilevazioni integrative e contare i peli del culo di ogni assenza, retribuzione e dispersione. E allora, per scelta (non sia mai che qualcuno la faccia davvero!), mi piacerebbe introdurre un quadernetto di appunti e fotografie che tenga conto dello status quo degli istituti scolastici, in quanto tali: nudi e crudi. Giusto per contare cosa, per legge, corrisponda a quanto previsto dal testo unico citato: quante scale di sicurezza, quante porte antincendio, quale rispetto delle norme igieniche, quale controllo della normativa a tutela dei non fumatori, quali rischi correlati per gli allievi diversamente abili, e la lista potrebbe allungarsi a dismisura. Ma non per spocchia, per incrociare i dati. E verificare se poi il dato relativo alla dispersione scolastica abbia a che vedere, in qualche misura, con lo stato in cui vengono abbandonate le scuole pubbliche dalle strutture pubbliche. Già, perché fare i confronti tra scuole pubbliche e scuole private solo sulla base dei dati richiesti è una presa per i fondelli. Facciamo il paragone mettendo in conto il costo della retta, i servizi espressi, il lavoro prodotto, le strutture presenti, lo stato dell'edilizia, le risorse erogate, la provenienza dell'utenza, e a questo sommiamo le richiestine previste.

Non si possono sommare, lo sappiamo dalle scuole elementari, cavoli e patate. Fanno parte di insiemi diversi, tranne che non si faccia un minestrone. Ma anche lì, i cavoli sono cavoli e le patate rimangono patate, anche se i sapori si sono poco poco mescolati. Faccio l'esempio del ponte sullo Stretto: non lo posso paragonare al ponte che sta in Giappone, per fare il conto dell'evoluzione in termini di lunghezza, perché quello è stato realizzato solo come attraversamento stradale. Se quello che intendono propinarci è stradale e ferroviario, va paragonato con un altro ponte stradale e ferroviario: teoria degli insiemi, semplice. Per cui l'evoluzione non è - in lunghezza, portata, capacità - di 1200 metri in più (che già, in termini ingegneristici, sarebbe un miracolo) ma di 2300 metri in più rispetto all'altro ponte stradale e ferroviario esistente (che, detto in termini "evoluzionistici", è una bufala, con tutto il rispetto del bovino). Sicché, vorrei invitare docenti, studenti e dirigenti, ma anche genitori, giornalisti e cittadini a fare il proprio dovere civico per ottenere maggiori diritti condivisi: una bella rilevazione integrativa dello stato in cui si trovano le scuole, che vada oltre la lista di dati sensibili richiesti. Se proprio bisogna fare un minestrone, è necessario avere tutti gli ingredienti.

19/10/09

>LA CLASSE E' ACQUA<

Il termine classe deriva dal latino classis, che ha probabilmente origine da un antico verbo che significava chiamare. Classis significava perciò chiamata, appello. Verso la metà del Settecento la parola classe venne impiegata nel linguaggio dell'economia con il valore di gruppo di persone che hanno la stessa situazione di reddito o che esercitano la stessa professione.

Karl Marx riprese l'idea settecentesca di classe come gruppo di individui omogeneo per origini, censo e cultura, ma ne evidenziò il significato economico. Nella teoria marxista - leninista, infatti, il concetto di classe è legato principalmente alla divisione del lavoro sociale in due categorie: la classe capitalista, che possiede i mezzi di produzione e quella proletaria che possiede la forza lavoro. Il corso della storia, secondo il marxismo-leninismo, è prodotto diretto del conflitto di classe destinato a risolversi con la presa del potere da parte del proletariato e la nascita di una società non più divisa.

Ogni stato organizzato, comunque, è governato da una classe dirigente che comprende i politici, ma anche chi detiene il potere reale, cioè industriali, magistrati, professionisti e intellettuali. Oltre che in politica e in sociologia, il termine classe è utilizzato in altri contesti sempre con il senso di gruppo di individui con caratteristiche simili. Nel linguaggio della burocrazia militare, appartengono ad una stessa classe tutti coloro che sono nati nello stesso anno. A questo si riferisce l'espressione classe di ferro. Nel mondo della scuola si indica con la parola classe l'unità organizzativa e didattica minima e, per estensione, sia l'insieme degli alunni che frequentano una classe che il locale dove si svolgono le lezioni.

Oggi mi è capitato, in una classe della scuola dove svolgo le mie mansioni di docente (insegnare no, mi pare esagerato), che una classe esprimesse il proprio conflitto nel seguire le mie lezioni chiedendo a gran voce di evitare che io affrontassi i termini grammatici dell'arte (i fondamentali, per lo sportivo) per vedere, tout court, le cose e seguire sulle pagine del libro le cose che io avrei dovuto spiegare. Con mio grande disappunto ho iniziato a fare l'insegnante perché questa è stata la loro richiesta. Glielo devo, da programma ministeriale, e lo farò. Mi aspettavo una generazione meno disattenta alla riflessione epistemologica, mi trovo davanti una generazione che vuole seguire il programma del corso, del libro e dell'insegnante. Il termine classe, infine, ha anche il senso di distinzione, signorilità, stile: si dice per questo che una persona è di classe o che ha classe (da cui, forse, l'espressione "la classe non è acqua"). Ma la parola può anche rappresentare un giudizio negativo quando indica una casta sociale o un ordine chiuso. Spiegato l'arcano!

05/10/09

>LA CROCIATA DEL PROF. M<

Analizziamo la cosa, in astratto. L’istituto X sta all’interno di un edificio che prima ospitava uffici per L’Agenzia delle Entrate (Ministero delle Finanze, suppongo). Tale edificio, e, mi si dice, tutta una serie di edifici di tal fatta affittati a scuole e uffici pubblici, appartiene a un cittadino, e ad una famiglia, che possiede una grossa parte degli edifici della città K realizzati in un periodo di boom delle concessioni edilizie (che altri chiamano abusivismo pre-condono).

Tale cittadino affitta l’edificio, e tutti gli altri edifici, ad un ente pubblico pressocché soverchio (la Provincia Q della Regione Y) pur sapendo, i due contraenti, che esso non possiede nessuno dei requisiti che lo possano definire edificio pubblico, men che meno “scuola”. Questo contratto dovrà pur esistere, ma non viene fuori. La storia è comune a molti plessi. Lasciamo questa situazione qui, e andiamo avanti.

Arriva a dirigere l’Istituto X il professor M che, pur fidandosi delle consegne avute dal suo predecessore, vuol comunque veder chiaro tra le carte e lungo i corridoi dell’Istituto ereditato. Batti e ribatti, scopre la magagna e se ne avvede al punto che non solo manda elegantemente, in cuor suo, a quel paese (non diremo quale) il suo e i suoi predecessori che con grande leggerezza hanno gestito, al di fuori di ogni normativa di sicurezza, la vita in quell’edificio, che tutto potrà essere (seppur fuori norma) ma non scuola, ma fa di più.

Lo dice, chiaramente, e senza poter essere smentito, ad una giornalista. La cosa arriva su internet e, come ci si aspetterebbe, inizia a circolare negli ambienti dirigenziali fino a scatenare un putiferio. E invece no. La cosa arriva su internet. Punto. Finisce là. Ma come? Proprio ora che un dirigente dichiara la sacrosanta verità, bolla di sapone?

Eppure è così. Il dirigente può soltanto correre ai ripari, dopo la sua dichiarazione, e prova ad aggiustare una porta di sicurezza, a mettere a norma un impianto elettrico, richiama docenti e personale a verificare lo status quo delle aule in cui lavorano: soldi però non ce ne stanno, e l’edificio continua a non avere i requisiti. Ma in quella scuola vivono 1500 persone ogni giorno. Ripeto: millecinquecento persone ogni giorno, distribuite su cinque piani.

I piani di sicurezza non sono adeguati, non ci sono scale di sicurezza e, ciliegina sulla torta, anche se ci fossero la popolazione defluente non saprebbe dove allunare, una volta fuori. Il professor M lo sa, lo dice, lo comprende ma non ha soluzioni e dall’inutile Ente non arriva nessuna notizia: né addenda né reprimenda.

Ora capiamo da cosa derivano gli indirizzi strategici di Gelmini: il signor ministro pensa che tutto funzioni a meraviglia dovunque e che, essendo tutto così perfetto, vadano apportati correttivi strutturali che non consentano iniquità di trattamento tra differenti istituti e/o scuole.

Io non posso che plaudire, invece, alla sagacia del professor M che, nonostante tutto, immagina di intravedere un barlume di speranza all’orizzonte e, credendoci, insiste nella sua ricerca dell’Eldorado. La sua non è una crociata perduta in partenza, come non lo sarebbe quella di altre scuole se a sollevare i vessilli e a sguainare le spade fossero le centinaia di dirigenti scolastici che subiscono immotivatamente angherie “oltre norma” dai loro superiori.

E, forse, è da qui che dovrebbe ripartire con nuovo vigore una protesta. Solo una scuola consapevole dei propri limiti reali può indicare soluzioni contro il precariato e suggerire che le buone pratiche possono partire dal corpo docente, dalla popolazione scolastica, dal personale più che essere esperimenti in provetta sulla vita delle persone. Ho esagerato?

03/10/09

PROGETTI EXTRACURRICULARI

Estrapolo una parte della lettera scritta da Roberto Alessi, insegnante all'Istituto Danilo Dolci di Palermo, che traccia un discrimine utile a chiarire e a chiarirsi il senso dei progetti extracurriculari in questi tempi oscuri.

"Che senso ha, in una scuola a cui vengono sottratte risorse vitali, indispensabili per assicurare agli studenti il minimo indispensabile per la loro formazione (scuole idonee e sicure, insegnamenti stabili, coerenti e "di qualità", sostegno e assistenza per gli alunni disabili, insegnanti motivati e non mortificati, strumenti didattici essenziali, ecc.), proporre estemporanei “ampliamenti dell’offerta formativa”, rivolti ad un numero limitato di alunni, che non possono che assumere (nel migliore dei casi, che non è il più frequente) la funzione (beffarda, se si considera quanto si sta smobilitando nell’offerta “curricolare”) di “cattedrali nel deserto”? Secondo noi, non ha senso."

"Anzi, continuare ad “ampliare”, nel pomeriggio, quell’offerta formativa che, la mattina, viene mortificata e impoverita sino all’inverosimile, rischia di farci recitare la parte degli struzzi. Queste considerazioni, sia ben chiaro, valgono al di là del valore e dell’efficacia che il singolo “progetto” possa, più o meno legittimamente, rivendicare. E al di là, pure, delle ottime intenzioni che animano i docenti che propongono tali progetti."

"La scelta fatta dal Collegio della mia scuola (di rigettare i progetti extracurriculari), decisa da una buona maggioranza dei suoi componenti, ha innescato un acceso dibattito tra i docenti, che (immagino e mi auguro) proseguirà e si arricchirà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Alcuni dei docenti che avevano presentato progetti hanno deciso, comunque, di sostenere questa scelta. Altri, una nutrita minoranza di circa quaranta colleghi, l’ha avversata, con motivazioni che avranno modo di chiarire e approfondire nei prossimi giorni. Dal mio punto di vista, la delibera di ieri ha già raggiunto un importante risultato: si è creato un terreno di discussione e confronto, che, ripeto, sarà tanto più fertile e proficuo quanto più riuscirà a coinvolgere tanti altri docenti di tante altre scuole."

Mi pare anche questa una direzione civile da intraprendere, sia per comprendere dal di dentro cosa stia accadendo sia per evitare il laissez-faire che, alla lontana, non premia né il senso dell'insegnamento né il valore della presenza delle scuole sul territorio.

22/09/09

>LEZIONE DI CIVILTA'<

Da qualche anno dai post di questo blog denuncio le invivibilità scolastiche: ovviamente, tutti allineati e coperti. Per chi non legge il blog (ma anche per chi lo legge, vista l'assenza di commenti) va tutto bene, le scuole sono perfette e non è possibile che accada nulla.

L'evidenza andrebbe di pari passo con l'etica se questa fosse ancora riconoscibile, eppure oggi ho letto su un sito un articolo in cui una giornalista, o una blogger, intervistando un preside di una scuola palermitana ne trascrive il disagio.

Il preside Casertano, del Liceo Scientifico Einstein, dice: "Non abbiamo scale antincendio. Le porte hanno i cardini all´esterno, basta un piede di porco per aprirle". Conosco scuole nello stesso stato, ma i dirigenti scolastici ben si guardano dall'affermare qualcosa che sia aderente con la realtà: per il "buon nome" delle scuole, e per aspettarsi di fare orientamento millantando crediti, è sempre meglio una piccola bugia di una grande verità.

Insomma, ho apprezzato la lezione di civiltà. Ma ora bisognerà far qualcosa: sostenere questo preside, per esempio, e indicargli strade; verificare quale sia la vera posizione dell'ente proprietario, che è la Provincia Regionale di Palermo; capire in che misura sia ancora garantita la sicurezza, e quali corrette informazioni siano arrivate agli allievi e alle loro famiglie.