Da qualche anno dai post di questo blog denuncio le invivibilità scolastiche: ovviamente, tutti allineati e coperti. Per chi non legge il blog (ma anche per chi lo legge, vista l'assenza di commenti) va tutto bene, le scuole sono perfette e non è possibile che accada nulla.
L'evidenza andrebbe di pari passo con l'etica se questa fosse ancora riconoscibile, eppure oggi ho letto su un sito un articolo in cui una giornalista, o una blogger, intervistando un preside di una scuola palermitana ne trascrive il disagio.
Il preside Casertano, del Liceo Scientifico Einstein, dice: "Non abbiamo scale antincendio. Le porte hanno i cardini all´esterno, basta un piede di porco per aprirle". Conosco scuole nello stesso stato, ma i dirigenti scolastici ben si guardano dall'affermare qualcosa che sia aderente con la realtà: per il "buon nome" delle scuole, e per aspettarsi di fare orientamento millantando crediti, è sempre meglio una piccola bugia di una grande verità.
Insomma, ho apprezzato la lezione di civiltà. Ma ora bisognerà far qualcosa: sostenere questo preside, per esempio, e indicargli strade; verificare quale sia la vera posizione dell'ente proprietario, che è la Provincia Regionale di Palermo; capire in che misura sia ancora garantita la sicurezza, e quali corrette informazioni siano arrivate agli allievi e alle loro famiglie.
[Per non sapere né leggere né scrivere] "L'espressione vuol dire chiaramente: per essere sicuri, per aver tutto in regola, per non rimanere fuori"
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22/09/09
16/09/09
>COSA LORO<
Continuo a sorprendermi, innocentemente, come se fosse sempre la prima volta. La scuola rispecchia la società, e la società non è uguale per tutti; oppure, non tutti hanno del mondo una visione sociale, comunitaria, per cui alcune cose "problematiche" appartengono a tutti mentre altre "vantaggiose" appartengono a pochi: loro. Io penso la scuola come un corpo comunitario, un corpo sociale, in cui ogni particella compone il disegno di un'immagine che la scuola dà di sé. Il mio è un lavoro non una missione, ma per fare in modo che il mio lavoro serva a qualcosa deve essere incastrato al lavoro di un altro che, so, produce cose anche per me.
Il tempo in cui questo lavoro viene prodotto va spesso a coincidere col tempo che la scuola concede, o col tempo che la scuola destina ad altro da quello che è il semplice lavoro "da contratto". Ognuno, poi, si porta appresso le esperienze, le relazioni, le specificità, le competenze (anche non strettamente disciplinari) che può, o meno, utilizzare a vantaggio della formazione di una o più generazioni di allievi. Quando questa cosa avviene ne ha beneficio la scuola tutta, in ogni sua componente. Non si nega la paternità, o la maternità, all'idea mentre si mette a sistema il modello, o il criterio, per cui è possibile che una cosa avvenga e si reiteri in maniera "sociale".
Nonostante le scoppole che continuo a prendermi, continuo a credere che questo debba essere il modello di riferimento, ingenuamente. Oggi ho avuto la dimostrazione che non sempre è vero e che ci sono quelli che, imparando dalla propria terra e dalla propria storia atavica, applicano il modello autoctono (cosa loro) al modello virtualmente sociale. Certo, è vero, pongono la cosa in maniera trasversale ed elegantemente, e con proprietà di linguaggio, esibiscono la loro trasversalità tra scuola e società facendosi carico di relazioni valoriali inaccessibili ad altri mettendo (coscientemente) a repentaglio qualunque ragionamento sulla legalità e l'educazione dei ragazzi. Dopotutto è un modo d'essere, come lo si può cambiare?
Il tempo in cui questo lavoro viene prodotto va spesso a coincidere col tempo che la scuola concede, o col tempo che la scuola destina ad altro da quello che è il semplice lavoro "da contratto". Ognuno, poi, si porta appresso le esperienze, le relazioni, le specificità, le competenze (anche non strettamente disciplinari) che può, o meno, utilizzare a vantaggio della formazione di una o più generazioni di allievi. Quando questa cosa avviene ne ha beneficio la scuola tutta, in ogni sua componente. Non si nega la paternità, o la maternità, all'idea mentre si mette a sistema il modello, o il criterio, per cui è possibile che una cosa avvenga e si reiteri in maniera "sociale".
Nonostante le scoppole che continuo a prendermi, continuo a credere che questo debba essere il modello di riferimento, ingenuamente. Oggi ho avuto la dimostrazione che non sempre è vero e che ci sono quelli che, imparando dalla propria terra e dalla propria storia atavica, applicano il modello autoctono (cosa loro) al modello virtualmente sociale. Certo, è vero, pongono la cosa in maniera trasversale ed elegantemente, e con proprietà di linguaggio, esibiscono la loro trasversalità tra scuola e società facendosi carico di relazioni valoriali inaccessibili ad altri mettendo (coscientemente) a repentaglio qualunque ragionamento sulla legalità e l'educazione dei ragazzi. Dopotutto è un modo d'essere, come lo si può cambiare?
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